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MAGIA POPOLARE
La miseria, l’analfabetismo, l’isolamento
geografico, l’oppressione dei signorotti locali ecc, sono i fattori
principali che hanno spinto la popolazione a rifugiarsi in un mondo
trascendentale e magico. La tecnica e la civiltà hanno apportato benefici
anche in Albano, ma sopravvivono, sebbene in forma ridotta, le pratiche
magiche. Millenarie tradizioni e credenze non si sradicano facilmente,
perché favorite da precarie forme di assistenza sociale, dalla presenza di
una economia agricola antiquata, da una prospettiva incerta del futuro, da
una mentalità ancorata a vecchi sistemi.
La povertà, tragica e ossessionante, è stata per
secoli la nota dominante della vita sociale del paese. Gli abitanti, in
prevalenza agricoltori, pastori, giornalieri, dominati da poche famiglie
benestanti, vivevano in pietose ristrettezze economiche: per sopravvivere
erano costretti a nutrirsi anche di erbe, bacche, ghiande abbrustolite,
elemosina. Si ritenevano fortunati quando prelevavano pochi legumi da un
unico piatto grande, il “vacillott”, poggiato su uno sgabello.
Erano poveri, ma dovevano ugualmente pagare tributi e gabelle da cui erano
esenti i nobili e il clero. Per assolvere ai doveri di cittadini, erano
spesso costretti a vendere all’asta, in pubbliche piazze, mobili, arnesi
agricoli, un litro d’olio, animali sequestrati dall’esattore. Convivevano
con maiali, asini, galline, in pochi metri quadrati delimitati da un
pavimento in terra battuta, da muri saldati con fango, sotto un soffitto
di travi ricoperte con lastre di pietra. È difficile immaginare lo
squallore che regnava in quei tuguri resi più cupi dal fumo, da mosche e
zanzare, dalla mancanza di servizi igienici.
— Voi state in braccio alla Madonna! — ci ha detto
in un’intervista una vecchietta, rievocando i tempi della sua grama
giovinezza.
L’analfabetismo toccava punte altissime, sia per
noncuranza dei governi centrali e sia perché i bambini, scalzi e cenciosi,
aiutavano i genitori nei lavori agricoli o custodivano il gregge tra i
dirupi. Era interesse delle classi privilegiate mantenere il popolo
nell’ignoranza, affinché non sapesse discernere i diritti dai doveri, la
giustizia dall’ingiustizia, o prendesse coscienza dello stato miserabile
in cui versava.
Le prepotenze, le vessazioni, i soprusi di alcuni
nobili e latifondisti andavano al di là di ogni sentimento umano. Ogni
mattina, una massa di contadini, allineata dinanzi ai portali ornati con
modanature e maschere intimanti sottomissione, implorava lavoro. Venivano
scelti i più robusti, i più laboriosi, coloro che si accontentavano di un
pugno di fave o avevano mogli e figlie attraenti. Gli scartati dovevano
arrangiarsi, morire di inedia con la mano tesa nell’atto di chiedere
un’offerta.
L’unica libertà che aveva il contadino consisteva
nel desiderio inconscio di liberarsi dalla schiavitù, evadere da una
realtà opprimente, senza la prospettiva di un avvenire migliore. Soltanto
la magia gli avrebbe consentito di sanare le ataviche piaghe della
miseria, di proteggersi dall’ignoto, dalle avverse forze astrali e
terrestri, dalla paura. Per difendersi dalla potenza del negativo nella
vita quotidiana, ha creato e tramandato formule e pratiche magiche:
scongiuri per allontanare la grandine, la siccità, la tempesta; filtri per
conquistare il cuore della persona amata; talismani contro il malocchio o
l’invidia; malefici per soggiogare, con l’aiuto di potenze infernali
evocate, la volontà altrui; far contrarre malattie; abbreviare la vita.
Secondo l’ingenua credenza contadina, l’universo era
governato da forze arcane che non potevano essere spiegate con la ragione
o con la scienza. Tutto era dominato da elementi contrapposti che si
attraevano e si respingevano: Dio e il diavolo, il bene e il male, la vita
e la morte, la vigoria fisica e la malattia. Soltanto il mago, mediante
fluidi magnetici e poteri extrasensoriali, pratiche e formule misteriose,
poteva debellare le forze ostili della natura; e l’uomo ricorreva a lui
per ricevere un antidoto contro le sciagure, le paure dell’ignoto, le
frustrazioni della vita. La magia popolare, arcaica e irrazionale, priva
di fondamenti dottrinali e filosofici, è diventata, nell’arco della
storia, fenomeno di massa che ha interessato e interessa ancora oggi, in
forma molto ridotta, tutti i settori e le fasi dell’esistenza. Gli uomini,
gli animali, la natura, la nascita, il matrimonio, la morte, fanno parte
del mondo magico; con amuleti, formule e riti si possono annullare le
influenze negative che limitano l’autonomia della persona nel fisico e
nella psiche.
Quando ci è stato proposto di analizzare il fenomeno
della magia nel nostro ambiente, abbiamo accettato con entusiasmo, perché
il mondo dell’adolescente è popolato da fate, streghe, eroi, miti e
leggende. Inoltre condividiamo il pensiero di Rousseau: “Le antiche
usanze alle quali è collegato il nostro cuore e il nostro sentimento, sono
un autentico tesoro che, una volta perduto, non si trova più”.
Allorché abbiamo cercato di concretizzare sul piano operativo le fasi
della ricerca, ci siamo trovati di fronte a un muro di diffidenza, di
ostilità, di “non ricordo”, di “queste cose sono contrarie alla
religione”. Una vecchietta, dopo averci cordialmente ospitati, quando
apprese l’argomento dell’intervista, dolente di non poter esaudire la
nostra richiesta e contrariata per il tema da affrontare, ci pregò di
ritornare il giorno successivo.
— Adesso è sera; — disse — non si parla di certe
cose quando è buio. E poi sono cose contrarie alla religione. Tornate
domani, dopo pranzo, quando c’è il sole.
L’indomani tornammo all’ora stabilita e da alcuni
particolari notammo che ci attendeva: il tavolo era stato addobbato con
immagini sacre e statue di Santi. Non ci siamo arresi, né sfiduciati:
unendo intuito e tatto ad una ferrea volontà, siamo riusciti ad accumulare
il materiale che ci ha permesso di condurre in porto, nei limiti delle
nostre possibilità, la stesura della presente relazione. Abbiamo diviso il
lavoro in due parti: magia bianca e magia nera. La prima indica i mezzi
per difendersi dal malocchio, dalla fattura, dall’invidia, dalle malattie;
la seconda, offensiva, ha come tema il diavolo, le fattucchiere, il
sangue, la morte.
MAGIA BIANCA
La più comune forma di magia è la fascinazione,
detta in dialetto “malucch’ “, "fattur’", “pigghiata d’ucch’
“, “affasc’n’ “, malocchio, fattura, presa d’occhio, fascino. È
chiamata pure “u mal’ vint’ “, il cattivo vento, un’erba mortifera
per gli ovini. Essa è provocata da una forza occulta e maligna, oppure
dallo sguardo di un fascinatore invidioso della bellezza, salute, felicità
di un’altra persona che risulta la vittima. Il colpito dal malocchio
avverte sonnolenza, spossatezza, vertigini, mal di capo accompagnato da
conati di vomito. Anche le capacità intellettive sono inibite, sicché si
perde l’autonomia della persona, né si è in grado di esprimere un giudizio
o operare una scelta. Nelle forme più gravi, quando la fattura è praticata
con un cerimoniale votato al male, il soggetto risulta spiritato, invasato
dal demonio, affetto da malattie gravi che possono determinare la morte.
L’influsso della forza occulta e maligna può essere
provocato involontariamente anche con un semplice complimento. Per
allontanare il maleficio, si ricorre a espressioni e saluti particolari
che fanno parte del linguaggio quotidiano. Quando si rivolge un
complimento a un bambino si dice “b’n’dich’ “, benedica, che è
l’abbreviazione della formula “Dio lo (la) benedica”, o “ca bona
sort’ “, con la buona fortuna, per dimostrare che l’atto o la parola
di saluto e d’augurio è sincero, privo di invidia.
Chi entra in un locale dove si impasta la farina per
il pane, si prepara la salsa, il salame, il vino ecc. pronuncia il saluto
auspicale “San Martin’ l’accresc’ “, San Martino, protettore
dell’abbondanza, lo faccia prosperare, o “b’n’dich’ “. La massaia
intenta alle faccende casalinghe accetta il buon augurio e risponde:
“Ben v’nut’ e favorisc’ “, ben venuto e favorisci.
Al bambino che starnuta si dice: “Crisc’ sant’
“, cresci santo; se fa il ruttino dopo la pappa, si aggiunge: “Sanzaredd”,
senza resa, per buona fortuna; senza questo augurio stenterebbe nella
crescita.
Sugli ingredienti per preparare la pasta di casa, il
pane, il formaggio ecc. si tracciano tre segni di croce e si dice:
“Cresci pasta mia come le mani di Sant’Anastasia”. Alla Santa furono
tagliate le mani, ma il Signore gliele fece ricrescere.
Nei casi suddetti si tratta di formule e gesti
propiziatori che servono ad allontanare le malattie, le sventure, la
povertà. Le mamme, anche se il bambino “crepa di salute”, gli
affibbiano sempre qualche malanno o asseriscono che “non si può
tenere”, per eccessiva vivacità. Si guardano bene dall’esprimere
giudizi positivi inerenti la salute del piccolo per timore che, invidiato,
possa essere preso dal malocchio. Per lo stesso motivo, forse, molte
persone interpongono nelle conversazioni lagne, piagnistei, afflizioni,
riguardanti la loro salute o gli affari di famiglia: per credenza
popolare, chi risulta colpito da sventure non può essere affascinato, o,
almeno, si crea uno scudo protettivo.
È convinzione che alcuni individui, iettatori,
fattucchieri, incantatori, siano dotati di poteri malefici. Ad Albano si
dice che i portatori di malocchio hanno le sopracciglia unite. Per
premunirsi dal cattivo influsso che si sprigiona attraverso gli occhi, si
ricorre al “toccamento” di ferro, corna, genitali maschili ecc. Si
ritiene che alcuni oggetti siano dotati di forze che neutralizzano i
malefici. La capacità difensiva aumenta se si tratta di chiodo o ferro da
cavallo. Quando una persona è colpita improvvisamente da dolor di capo
ostinato e violento, si cerca di individuare se la causa è di natura
magica o biologica. Si versano in una bacinella piena d’acqua alcune gocce
di olio: se l’olio si spande, significa che è stato effettuato il
malocchio, se invece resta unita, si tratta di malessere naturale. In caso
di fascinazione ci si reca da un operatore specializzato che pratica la
“razione”. In Albano vi sono molte donne capaci di togliere il
malocchio, in quanto si tratta di un procedimento facile e sbrigativo.
L’intervento, praticato nel passato, su larga scala, viene effettuato, con
decrescente frequenza, dal sesso debole.
L’operatrice (chi toglie il malocchio non è
considerato fattucchiere) si immerge in uno stato di concentrazione
ipnotica, traccia, col pollice destro, a guida di massaggio, segni di
croce sulla fronte del paziente e recita una delle seguenti formule:
Crist’ t’ fasc’ e Crist’ t’ sfasc’, tuglit’
malucch’ da ‘sta fasc’, dui t’o ffend’n’ tre t’ d’fend’n’ Padr’, Figl’ e
Spir’t’ Sant’.
(Cristo ti fascia e Cristo ti sfascia, togliti
malocchio da ‘sta fascia, due ti offendono tre ti difendono Padre, Figlio
e Spirito Santo).
Seguono un Pater, un’Ave, un Gloria.
Ucch con trucch’, fa’ scoppià l’ucch’ a chi t’ù
pres’ a d’ucch’.
(Occhio, controcchio, fa’ scoppiare l’occhio a chi
ti ha preso ad occhio)
Seguono un Pater, un’Ave, un Gloria.
Ucchiatur’ a chi t’à aducchiat’, tre Sant’ t’ànn’
aiutat~ Padr’, Figl’ e Spir’t’ Sant ‘Sta ucchiatur’ nunn ànn’aggè nand; io
t’ tucch’, Dio t’ san’
‘sta carn’ batt’zzat’. Fugg’ legn’ trist’ cà t’
cacc’ Gis’ Crist~
(Occhiatura a chi ti ha adocchiato,
tre Santi ti hanno aiutato:
Padre, Figlio e Spirito Santo. Questa occhiatura
non deve andare avanti; io ti tocco, Dio ti guarisce
questa carne battezzata. Fuggi legno tristo che ti caccia Gesù Cristo).
Seguono un Pater, un’Ave, un Gloria.
Nel corso della recitazione, l’operatrice sbadiglia
e soffre in rapporto all’entità del malocchio che può essere “leggero”
o “forte”. Il paziente, suggestionato la imita sforzandosi di
espellere le forze ostili che lo dominano. Allontanata l’invidia, si
commenta il rituale, si spiattella il nome del probabile fascinatore e
tutto ritorna nella normalità.
Altre donne seguono un procedimento diverso per
operare la sfascinazione. Versano tre pizzichi di sale in poca acqua
calda, vi bagnano il pollice e poi, recitando la formula, tracciano segni
di croce sulla bocca, sugli occhi, sulla fronte del fatturato. Debellato
il malocchio, gettano l’acqua per la strada, affinché gli agenti maligni
si impossessino di cani e gatti che passano di là. Non tutte eseguono gli
stessi gesti nel momento in cui si recita la formula. Vengono tracciati
col pollice segni di croce sulla bocca, sul naso, sugli occhi, sulla
fronte; qualcuna traccia col coltello croci dalla fronte alla nuca e poi,
approssimativamente, da un orecchio all’altro. Ci hanno raccontato che
intorno al Cinquanta, una vecchia, oltre alle formule, sottometteva il
paziente a intensi massaggi praticati sulla fronte e sulle spalle, con la
mano bagnata di saliva.
Il momento in cui avviene lo sbadiglio si rivela
determinante per conoscere il sesso del fascinatore. Se l’operatrice
sbadiglia al Pater, si tratta di un uomo; se sbadiglia all’Ave, è una
donna.
Alcune volte la “presa d’occhio forte” può
coinvolgere le persone che entrano occasionalmente nel luogo dove si sta
effettuando la sfascinazione. Teresa B. ci ha riferito: “... Mentre
(l’operatrice) mi stava togliendo la fattura, entrò Maria che, senza
essere a conoscenza della ‘razione’ in corso, incominciò improvvisamente a
sbadigliare e avvertì un brivido attraversarle il corpo. Sentì pure delle
fitte sulla fronte. La stessa cosa accadde a Rosa, venuta anche lei per
caso in quel locale. Dopo la recita della formula e i consueti gesti,
tutto passò. Si trattava di un fascino ‘forte’ che mi portavo addosso da
parecchi giorni”.
Quando una persona dorme per un certo periodo di
tempo col fascino, può essere soggetta a sbalzi repentini di febbre e
allora occorre che il malocchio venga tolto da due, tre donne diverse che
operano, a turno, altrettante “razioni”.
Dall’indagine effettuata tra i diversi strati
sociali di Albano, risulta che circa la metà della popolazione crede in
forze occulte capaci di influire negativamente sul fisico o sulla psiche
degli individui. Il risultato della ricerca non deve scandalizzare chi si
ritiene immune da credenze superstiziose, in quanto, direttamente o
indirettamente, ne siamo tutti coinvolti. La stessa fede nuziale, che trae
origine dal mondo pagano, non è altro che un talismano per preservare la
coppia dalle insidie della vita, un simbolo di affetto, di fedeltà, di
impegno nella parola data, e la sua perdita è considerata presagio di
sventura.
Abbiamo cercato, talvolta, di demolire le prove
addotte dai “credenti”, ma ci siamo trovati di fronte a fenomeni a cui non
abbiamo saputo dare una spiegazione. Un signore, durante una
conversazione-dibattito, ci ha detto:
— Ammettiamo che il malocchio avvenga per
autosuggestione; ammettiamo che l’emicrania possa essere combattuta con un
semplice massaggio praticato sulla fronte o con l’imposizione sul capo di
una mano che sprigioni fluidi terapeutici; ma come si fa a non credere ad
alcuni fenomeni di chiaroveggenza, di premonizione, di telepatia, di
telecinesi, riferiti quotidianamente dalla stampa? Vi sono individui
capaci di contorcere a distanza oggetti in metallo. Lo stesso discorso
vale per i fattucchieri che, per invidia, odio o cattiveria, riescono a
soggiogare la volontà altrui, a causare malattie e disgrazie anche da
lontano. La mia bambina, un giorno, dormiva beata nella culla.
Improvvisamente incominciò a piangere, a strillare, a dimenarsi. Il viso
le si era gonfiato e il respiro era diventato affannoso. Mi fece passare
mezz’ora d’inferno. Ritornò serena e sorridente quando, con un pretesto,
feci allontanare una vecchia sospetta che si era fermata a discutere con
alcune amiche sotto la mia casa. Due giorni dopo si ripeté lo stesso
dramma. Affacciatomi alla finestra, vidi la solita donna intenta a
chiacchierare. Lei, inconsciamente o intenzionalmente, si era vendicata su
mia figlia, perché il giorno prima rimproverai i suoi nipoti che
schiamazzavano davanti alla mia casa.
Per sapere se una persona scomparsa ritornerà, se un
malato grave deve guarire o morire, si interroga, a mezzogiorno o a
mezzanotte, “l’Angelo della bona nova”. Una o più donne, in un
crocevia o al centro di una piazza che abbia tre o quattro vie di uscita,
simboleggianti rispettivamente la SS. Trinità o la Croce, recitano tre
Credo, tre Pater, tre Ave pronunciando tre volte lo scongiuro: “Angelo
della bona nova, dammi notizia del caro...” Poi attendono il messaggio
richiesto. Sono segni nefasti un rumore inconsueto, il verso lamentoso di
un animale, il rintocco lugubre di una campana; la luce fioca di una
stella. Sarà favorevole un canto melodioso, una musica dolce, il mormorio
di una preghiera, il tintinnio festoso di un campanello.
La gravidanza, il parto, la prima infanzia e il
matrimonio sono accompagnati, in tutto il loro corso, da superstizioni e
pratiche magiche. Durante la gravidanza, la futura madre deve osservare
numerose prescrizioni se desidera che il parto abbia esito felice. Ogni
atto e pieno di insidie e lei deve sapersi destreggiare tra divieti e
pericoli. Per evitare che il nascituro presenti macchie cutanee, deve
essere appagata ogni “voglia” riguardante l’alimentazione.
Un’anziana informatrice consiglia alle gestanti soggette a minaccia di
aborto di portare intorno alla vita una fune ruvida ricavata da un otre
per olio. È possibile, inoltre, conoscere anticipatamente il sesso del
nascituro osservando il ventre della madre: se si presenta appuntito, sarà
maschio; se è arrotondato e dilatato sui fianchi, sarà femmina.
Il bambino è un essere indifeso, fragile, peciò ha
bisogno di protezione e di contromisure permanenti contro le forze occulte
della natura e dell’uomo. Le anziane raccontano che, in mancanza di una
levatrice ufficiale, anni addietro venivano chiamate le donne più esperte,
le famose “mammane”, per assistere le partorienti. Per consuetudine
le stesse diventavano comari e rappresentavano uno scudo protettivo contro
le insidie del male. Subito dopo la nascita “battezzavano” il bambino in
forma privata, per immunizzarlo dalla fascinazione. Infatti, nella formula
contro il malocchio, si scaccia il fascino in nome della SS. Trinità e del
battesimo. Nella culla o nelle vicinanze collocavano forbici, coltelli,
ferri da cavallo, falci, scuri, immagini sacre. Ancora oggi qualcuno
conserva questa usanza, ma si tende a sostituire gli oggetti ingombranti
con spille a forma di croce, si allaccia al polso sinistro un bracciale
intrecciato con filo nero o si confeziona l’abitino. Quest’ultimo è un
sacchettino rettangolare o a cuore, confezionato con stoffa. Contiene
figurine di Madonne e Santi, un pizzico di sale, zucchero, qualche chicco
di grano, polvere di ferro, palle di piombo sparate, frammenti di corna,
ossi di riccio.
Un’usanza ormai tramontata stabiliva di far tagliare
per la prima volta le unghie al neonato da una persona che sarebbe
diventata comare. Prima del taglio si inserivano nelle manine dei soldi.
Anticamente, scarseggiando la moneta, le future madrine regalavano dolci,
taralli, fichi secchi, giuggiole. Il legame di companatico acquisito con
il taglio delle unghie, veniva spesso riconfermato e ufficializzato col
battesimo o cresima.
La prima uscita è accompagnata da consuetudini
ancora oggi osservate. Quando il bambino viene portato per la prima volta
a casa di amici o parenti, questi per dimostrare che la visita è gradita,
gli depongono un pizzico di zucchero sulle labbra. L’atto simboleggia
l’augurio che il bambino, crescendo, possa ritornare da solo.
La caduta dei dentini da latte è legata ad un
particolare cerimoniale. Essi vengono buttati nel fuoco o sul tetto della
casa, per evitare che possa essere preso e fatturato da agenti maligni. Il
lancio deve essere accompagnato dalla formula:
Luna vecch’ e luna nov’, pìggh’t’ u dint’ vecch’
e damm’ u dint’ nuv’.
(Luna vecchia e luna nuova, prenditi il dente
vecchio
e dammi il dente nuovo).
Senza questo rituale, i denti spunteranno storti e
saranno facile preda della carie. Talvolta il primo dentino, incastrato in
un castone d’oro applicato ad una collana, diventa un amuleto per
allontanare le sventure e il malocchio.
Nel passato la fantasia popolare si è sbizzarrita
nello escogitare cure terapeutiche per combattere malattie infantili. Le
stesse cure, estese agli adulti e talora anche ad animali, raggiungono,
secondo la testimonianza di alcuni, risultati sorprendenti. Per lo più si
tratta di rimedi ingenui, primitivi, talvolta irrealizzabili e poco
igienici, ma rappresentano un incentivo per scrollarsi di dosso il
fatalismo, la miseria, la forza ostile della natura. È risaputo che in
medicina vale spesso più una parola di conforto, una pillola confezionata
con mollica di pane che la terapia proposta da medici insigni. Ribadiamo
che, oggi, i medicamenti, i rimedi, le formule per combattere le malattie
fanno parte di una tradizione popolare legata ai ricordi. Gli “interventi
magici” per debellare alcuni malanni fisici vengono trascritti per puro
amore di cronaca e di storia. Delle seguenti cure, alcune sono state
fornite dalla signora Pasqualina Molinari, altre le abbiamo reperite, non
senza difficoltà, tra il popolo.
Per combattere i vermi, si pesta dell’aglio, lo si
mescola con acqua fino ad ottenere una poltiglia compatta e poi la si
spande sopra una fascia di stoffa che sarà applicata sullo stomaco. La
puzza dell’aglio e l’efficacia dello scongiuro faranno fuggire i vermi. Lo
stesso risultato si ottiene con una collana di agli collocata al collo. In
seguito, posando la mano destra sul ventre del paziente, si dice:
Lun’dì sant’, mart’dì sant’, mercul’dì sant;
giov’dì san't v’n’rdì sant sab’t’ sant; d’mmen’ch’ d’ Pasqu’ e u verm’
‘nderr’ casch’.
(Lunedì santo, martedì santo, mercoledì santo,
giovedì santo, venerdì santo, sabato santo, domenica di Pasqua e il verme
in terra casca).
Seguono un Pater, un’Ave, un Gloria.
Per curare il mal di pancia si scrosta il nerofumo
da tre anelli della catena del focolare. La polvere, mescolata con latte e
filtrata sarà fatta bere al bambino. Sollevandolo, poi, con le gambe e
tenendolo con la testa in giù bisogna scuoterlo energicamente. In seguito
si deve massaggiare delicatamente con la mano destra la pancia del
bambino, pronunciando contemporaneamente la formula:
Sant’ Pitr’ da Rom’ v’nia tutt’ ‘mbuss’ cà
chiovìa;
sup’ a nu fasc’ d’ sarament’
pass’ u d’lor’ d’panz’
e u mal’ d’ ventr’.
(San Pietro da Roma veniva tutto bagnato perché
pioveva; sopra un fascio di sarmenti
passa il dolore di pancia e il mal di ventre).
Seguono un Pater, un’Ave, un Gloria.
La distrofia alimentare, detta “scocchiacani”,
si contrae quando la madre, in stato di gestazione, vede cani che si
accoppiano o passa sulle loro impronte. Il bambino presenta pallore,
disappetenza, disturbi intestinali, addome voluminoso. Per curarla bisogna
spalmare sul corpo l’unguento ottenuto dal lardo riscaldato. Il bambino
sarà, poi, ravvolto con fasce che non saranno mai cambiate. L’operazione,
ripetuta tre volte, va accompagnata dalla formula:
Fugg’ vint’ trist’
cà t’arriv’ u sangu’ d’ Crist’, u sangu’ d’ Crist
t’è arr’vat’ vint’ trist’ s’ n’è scappat N’du nom’ du Padr’, du Figl’ e du
Spir’t’ Sant’~
(Fuggi vento triste perché ti arriva il sangue di
Cristo, il sangue di Cristo ti è arrivato vento triste se n’è scappato. In
nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo).
Seguono un Credo e un Pater.
L’itterizia si contrae quando si orina di fronte
all’arcobaleno da cui si assorbe il colore giallo. Per liberarsi dai
pigmenti biliari presenti nel sangue, bisogna passare, per tre mattine
consecutive, all’alba, senza rivolgere parola a nessuno, sotto tre archi
in muratura, ripetendo ad ogni arco per tre volte lo scongiuro:
Bon giorn’ cumpà arch’, t’agg’ annutt’ u mal’ d’
l’arch’. Pìggh’t’ u mal’ d’ l’arch’, bon giorn’, cumpà arch’.
(Buon giorno, compare arco, ti ho portato il male
dell’arco. Pigliati il male dell’arco, buon giorno, compare arco).
Seguono un Pater, un’Ave, un Gloria.
Il rimedio contro la scottatura consiste nel
passare sulla ferita un anello d’argento. Si spalma poi del fango misto a
olio, si ricopre con una fascia la superficie cutanea interessata e si
dice:
Cil’ pin't mar’ tint
carn’ scur’ e carn’ cott’
d’vent’ crud’~
U cil’ t’è s’pal
u mar’p’confin’
e a carn’ d’vent’ finì
(Cielo dipinto, mare tinto, carne cruda e carne
cotta diventa cruda. Il cielo ti fa da siepe, il mare da confine e la
carne diventa fine).
A chiusura si recitano un Pater e un Gloria.
Per curare la bronchite, si riscalda un pezzo di
lardo ravvolto in tre fogli di carta oleata. Il grasso sciolto sarà
somministrato tre volte al giorno con un cucchiaino. La carta sarà
collocata sul petto e sulle spalle del bambino. L’operazione va ripetuta
nove volte.
In caso di ingrossamento della milza, bisogna
incidere la corteccia di una giovane pianta di noce, seguendo la forma del
piede destro appoggiato sul tronco. Durante l’operazione non si deve
calpestare la propria impronta. La suoletta ricavata dalla scorza sarà
applicata sull’organo dolente.
Per curare “u mal’ di spalle” contraddistinto
dalla presenza di dolori articolari, muscolari e ossei, si spalma sulla
parte interessata della ruta soffritta nell’olio. L’applicazione va
accompagnata dalla formula:
Ruta mia, rut’, addù stai surd’ e mut’ io t’
vegn’ a salutà. Addù t’ mitt’ addà sanà.
(Ruta mia, ruta, dove stai sorda e muta io ti vengo
a salutare. Dove ti metto deve sanare).
Dopo aver ricoperto le spalle con un panno di lana,
si recitano un Pater, un’Ave, un Gloria.
Se il bambino è sempre affamato è segno che la
madre, durante la gravidanza, ha mangiato carne di animale azzannato dal
lupo. Per eliminare la malattia bisogna portare il bambino in un forno
pieno di pane. Tenendolo sollevato presso l’apertura, si dice tre volte:
Abbign’t’ lup’, ta mamm’ è puttan’, t’assir è
cornut.
(Saziati lupo, tua madre è puttana, tuo padre è
cornuto).
Altre formule magiche praticate nel nostro ambiente
sono riportate da Damiano Pipino6 nella monografia “Albano di
Lucania”. Le trascriviamo integralmente:
“Per a risibl’ (erisìpela), posando la mano sulla
parte affetta del male, si dice: San t’e risabi a si rossa cumm a na rosa
e pung’ cumma a na spina; numm’ tucquà cu pann’ d’ lana e no ca frunn’ d’auliv~
Gisé Crist’ e sant’Nicola si jè siribl’ innzala fora. Sant’ Rocc’ la sua
prighiera fugg’ la risibl, fugg’ la risib1’. Nun turnà cchiu qua in nom’
d’ Padr’, d’ figliuol’ e d’ Spirit’ San t’, scafugg’ sta brutta fruschcula
d’nanzi’. Segue il Credo. Va recitato tre volte e prima del sorgere del
sole o al tramontare di esso, altrimenti l’effetto sarà contrario.
Per u pil’ alla menn’ (mastite), si dice: Simm’
ggint’ all’acqua a funtan’ e 1 ‘aggia acchiat’ a Sant’ Bastian; tre palme
d’ mus’ e tre palm d’ nas’ amm’ ridut’ e surridut’ e abbe (meraviglia) di
me v’at’ faciut’; vuli calà nu triz’ (capello) e vuli ggè alla funtan’amm’
ridut’e surridut’, ma abbe d’ te nun’amm faciut’, voli salì nu trizz’ ‘nta
li vostr’ trezz’. Segue un Padre nostro, un’Ave Maria ed un Gloria al
Padre. Dopo la paziente deve portare attaccato all’indumento che copre il
petto a gorg’ du ricc’ (osso della mascella del riccio), altrimenti ricade
nella malattia.
Per ‘a scocchiacani; (distrofia dei lattanti), si
prendono sei pezzi di foglia di elbèboro bianco e nero, che usano chiamare
a radica d’u puurc’ (la radice del maiale), formano tre crocette e ne
posano una dietro la nuca del paziente, l’altra sul bacino e l’altra sotto
i piedi. Si precisa che l’elleboro bianco dicono che è femminile e va
usato per i maschi, quello nero è maschile e va usato per le femmine. Dopo
di che si dice: Fugg’ vient’ trist’ ca t’arriva u sang’ d’ Cris't u sang’
d’ Crist’ t’è arrivat’ vient’ trist’ se n’è scappat’, in nomi du Padre, du
lu Figliuol’ e d’ lu Spirit’ Sant’ scocchiacani nun và cchiù nant’~ Segue
un Credo ed un Padre nostro”.
Il fidanzamento e il matrimonio, due tappe
fondamentali della vita, non sono prive di tradizioni magiche. Si
alternano, a seconda dei casi, magia bianca e magia nera, l’una per
difendersi dall’invidia e dal malocchio e l’altra per conquistare il cuore
della persona amata. La magia nera ha come campo di azione l’orrore, il
demonio, il sangue, la morte. Per quanto concerne l’amore, si pratica la
magia nera anche quando si cerca di interferire, tramite filtri e fatture,
sulla volontà e sulla libertà altrui, per soggiogarle e piegarle a proprio
vantaggio.
La ragazza, oggi, gode di maggiore libertà e
indipendenza; si è emancipata, sebbene l’ambiente ostacoli in parte il
desiderio di realizzarsi come donna. Il matrimonio non è più imposto dai
genitori, non è considerato un contratto tra due famiglie, come avveniva
di sovente nel passato, quando i consuoceri, senza che gli interessati ne
fossero a conoscenza, stendevano un regolare contratto, alla pari di
merce, case o terreni. Nel contratto rogato l’8 febbraio 1806 dal notaio
Prospero Albano si legge: “... il felice matrimonio.., s’ha da
contrarre tra la d(ett)a Maria Saraceno ex una, ed il d(ett)o Donato
(d’Anzi) ex alt(r)a... secondo l’antico uso e consuetudine di questa T(er)ra”7.
In una società rigidamente patriarcale, la scelta e l’impegno assunto
dai “boss”, padri, erano indiscutibili: i malcapitati “promessi
sposi” eseguivano le disposizioni imposte, per non correre il rischio
d’essere diseredati. Protagonisti e vicende a parte, v’è una sorprendente
corrispondenza tra la frase del contratto “il felice matrimonio s’ha da
contrarre” e l’ordine impartito dai bravi a don Abbondio “questo
matrimonio non s’ha da fare, né domani, né mai”. I tempi e alcune
tradizioni, per fortuna, stanno evolvendosi. La ragazza esce, passeggia,
assiste a spettacoli, è libera di scegliersi il compagno della vita. È
falso quando si dice che l’unica occasione per uscire cade nei giorni
festivi, allorché si reca in chiesa dove non può alzare nemmeno gli occhi.
Le fatture amorose sono un ricordo, perché non occorre far uso di filtri
per richiamare l’attenzione e far notare il proprio fascino. Il filtro
d’amore veniva usato per conquistare il cuore dell’amato ricalcitrante o
che era stato “soffiato” da una rivale. Esso era costituito da bevande o
dolci a cui si aggiungevano vari ingredienti: trifoglio, edera, capelli,
peli e quasi sempre gocce di sangue. Quest’ultimo, simbolo della vita, era
considerato particolarmente efficace per conquistare e “legare”
definitivamente a sé il cuore desiderato. L’intruglio o pasta si portava
in chiesa per essere consacrato al momento dell’elevazione dell’ostia.
Nessuno, tantomeno il prete, doveva vedere il filtro, altrimenti si
sarebbe ottenuto l’effetto contrario. Si cercava, poi, di far bere o
mangiare il preparato alla persona amata.
Durante la visita ad amici o parenti, il rifiuto
delle bevande offerte è considerato un atto di scortesia e, talvolta, un
affronto. Si deve accettare, per dimostrare di non temere di essere
fatturati. Questa è, forse, l’ipotesi più plausibile per cui molte persone
insistono, affinché l’ospite non se ne vada senza consumare qualcosa.
Le ragazze, in attesa del matrimonio, interpellano
la “frunn’ d’ l’amor’ “, la foglia dell’amore, per sapere se il
sogno della vita si realizzerà. Collocano sul braccio sinistro o sul petto
una foglia e se l’epidermide si tinge di rosa, è segno che il desiderio
sarà appagato. La pianta suddetta ha proprietà orticanti e tossiche,
sicché si rischia di contrarre pericolose infiammazioni accompagnate da
febbre.
Per localizzare l’abitazione del futuro sposo, si
interroga la coccinella, chiamata in dialetto “San Nicola”. La si
posa sul polpastrello dell’anulare sinistro e si dice:
San N’cola, abbol’, abbol’,
qual è a via d’ l’amor’?
(San Nicola, vola, vola,
qual è la via dell’amore?).
La direzione presa dal coleottero nello spiccare il
volo svelerà il segreto.
Dal fidanzamento fino al matrimonio bisogna portare
addosso un rametto di trifoglio. Quando ci assale il dubbio di essere
abbandonati dall’amato, si pronuncia la formula:
Frunn’ d’ l’amor’ fatt’ a cor’
er’m’ amic’ e mo simm’ amor~
(Foglia dell’amore fatta a cuore,
eravamo amici ed ora siamo amore).
Per eludere l’invidia, il fascino, le forze ostili
della natura, oltre ad osservare precise norme, si ricorre ad alcuni
espedienti nel periodo del matrimonio. Il letto dovrà essere preparato
soltanto dalle suocere; la sposa dovrà essere agghindata dalla sarta,
dalla madre e dalla suocera. Nella camera da letto, dietro la porta, tra
le coperte e sotto il letto, si collocano forbici, falci, coltelli,
cartucce, setacci, chiodi, scope, spille a croce. Il “fascino”
perderà tempo a contare i fili di saggina della scopa e, con l’arrivo
dell’alba, desisterà dall’operare il male. Per lo stesso motivo si
collocano in un angolo ciocche di capelli che, però, dovranno essere
abbondanti. Le forbici saranno sistemate aperte, per essere pronte a
tagliare la gola al malocchio. Il setaccio, con i suoi numerosi e stretti
forellini, impedirà il passaggio agli enti maligni.
Talune pratiche magiche sopravvivono non per
convinzione, ma per tradizioni ataviche e rappresentano il grido di
riscatto del povero che attende la sospirata redenzione.
MAGIA NERA
Nella cultura popolare, il demonio, sempre presente
in tutte le attività umane, può presentarsi sotto forma di animale, di
spirito, di tempesta, di fuoco, o per mezzo di maghi e fattucchiere che
gli hanno venduto l’anima. L’unico suo intento è fare del male, adoperando
stratagemmi preparati con astuzia. Il contadino, però, adotta delle
contromisure per prevenire l’inganno e le disgrazie: pronuncia scongiuri,
invoca Santi, asperge acqua benedetta, traccia segni di croce. Il
pericolo, costantemente in agguato, deve essere evitato, ricorrendo di
volta in volta a rimedi protettivi tramandati dagli antenati.
Nella seconda parte della ricerca sulla magia,
parlando di demonio, maghi, fattucchiere, tesori nascosti, ci riferiamo ad
avvenimenti, luoghi, persone che fanno, ormai, parte del passato.
Adoperiamo il presente storico esclusivamente per rendere incisivo e
scorrevole il discorso.
I venduti al demonio, detti “masciari” o “masciare”,
a seconda se sono uomini o donne, in cambio dell’anima ottengono
poteri straordinari: possono far insorgere malattie, procurare dolori,
causare la morte, distruggere un raccolto, determinare il crollo di una
casa. La gente li teme e li tiene lontani, adoperando opportuni antidoti.
I masciari, ogni venerdì, si mantengono in contatto, partecipando a
convegni notturni tenuti nei boschi e nelle grotte; si radunano in
pubbliche piazze, soprattutto quando imperversa un temporale. Si recano
all’appuntamento a dorso di cani, caproni o di altri animali, secondo la
testimonianza di alcuni informatoci. Durante la riunione coordinano un
piano di azione, per procurare danni e disgrazie al genere umano e poi si
dedicano a danze e festini. Ritornati a casa prima dell’alba, riprendono
le attività di stregoneria.
Ogni masciaro, quando ritiene prossima l’ora della
morte, trasmette i suoi poteri malefici ad un’altra persona, con una
cerimonia di iniziazione a base di sangue e di giuramenti di fedeltà al
demonio. I poteri si trasmettono pure con una stretta di mano tra un
individuo qualsiasi e lo stregone che si trova in fin di vita. Riferiamo
un episodio raccontatoci da Maria Adamo, omettendo il nome della
protagonista per non ledere la dignità dei discendenti.
“Antonia P., famosa fattucchiera, stando per morire,
espresse il desiderio di fare due passi per la stanza. Le donne presenti
cercarono di soddisfare il suo ultimo desiderio, ma si guardavano bene dal
farsi prendere la mano. La masciara, invece, insisteva:
— Non così, non tenetemi per le spalle! Datemi la
mano, stringetela alla mia!
Nessuno acconsentiva alle sue implorazioni, ad
eccezione della figlia che cercava di esaudire la volontà della madre, ma
veniva sempre respinta:
— Tu no, tu no, vattene! Non tocca a te!
Morì senza poter trasmettere i suoi poteri magici.
L’agonia fu accompagnata da fenomeni spaventosi: rumore di catene, guaiti
di cani, rintocchi di campane a martello. Dal pavimento si spnigionavano
fiamme e la scopa cominciò a danzare da sola sul pavimento”.
Il demonio può anche far assumere ad un uomo le
sembianze di lupo mannaro. I nati a mezzanotte di Natale, in stato
di sonnambulismo ipnotico, escono di casa e si avviano per le strade del
paese. Ad ogni passo avviene una lenta, ma inesorabile trasformazione: il
corpo si ricopre di pelame nero, la testa si dilata, la bocca si allunga,
i denti diventano lunghi e taglienti. Le unghie delle mani e dei piedi si
trasformano in artigli. L’uomo-lupo, fornito di odorato e udito finissimi,
può avvertire a distanza la presenza di un essere umano e allora si
avventa sulla preda per dilaniarla. Preferisce unirsi a lupi che, spinti
dalla fame, scendono dai monti e si avventurano presso le porte degli
abitanti in cerca di cibo. Prima dell’alba ritorna nella propria casa dove
riprende progressivamente l’aspetto di prima. Si narra che un uomo,
conoscendo il suo triste destino di lupo-mannaro, ordinò alla moglie di
non aprire mai prima della terza bussata. Disgraziatamente la donna
dimenticò l’avvertimento e, una notte, aprì l’uscio al secondo tocco. Fu
dilaniata dal marito-lupo che ritornava da una delle tante sortite
notturne. Il giorno dopo fu trovata straziata davanti alla casa. Purtroppo
anche il marito concluse tragicamente l’avventura: quando riacquistò le
sembianze umane, capì d’aver ucciso la consorte e per la pena si suicidò.
Accanto ai due cadaveri furono rinvenuti peli di lupo e solchi di artigli
sul legno della porta. Si conoscono anche i nomi di questi sventurati
esseri umani. Chi si imbatte di notte in un licantropo, può salvarsi
soltanto se ha la prontezza di pronunciare lo scongiuro:
Osc’ è sab’t’ sant’,
pall’ d’ chiumb’ ‘nda l’arecch’ lor’.
(Oggi è sabato santo, palle di piombo nelle orecchie
loro).
I masciari che fino a pochi anni fa seminavano il
terrore tra la popolazione ora sono scomparsi. Di loro rimane il triste
ricordo di esseri votati al male, che usavano mille stratagemmi per
introdursi furtivamente nelle case di notte, onde compiere fatture e
misfatti. Qualche contadino si premunisce ancora collocando dietro alle
porte e alle finestre scope, forbici, ciocche di capelli, setacci, spille
incrociate, ferri da cavallo, acqua santa. Ogni momento della sua
esistenza è soggetta a pericolo, per cui deve ricorrere a molteplici mezzi
di prevenzione seguiti da formule magiche.
Ad Albano, parlando di persone dotate di poteri
nefasti, si usa quasi sempre il femminile, le masciare. Esse vengono
immaginate vecchie, pallide, magre, vestite di nero e con lo sguardo
maligno. Raramente a questa categoria appartengono gli uomini. Ciò è
dovuto al ruolo che ha coperto la donna nel passato, in seno alla società
e alla famiglia. Il suo compito era di accudire alle faccende casalinghe,
aiutare il marito nei lavori campestri e allevare figli. Non doveva
occuparsi di politica, di affari, di attualità. Doveva ubbidire ciecamente
agli ordini del marito chiamato “boss”, cioè padrone assoluto della
casa e della famiglia. Anche il termine “t’assi r”, tuo signore,
tuo padre, è molto eloquente. Per la madre, invece, si usa il semplice
appellativo “ta mamm”, tua madre. L’unica possibilità per la donna
di evadere da una realtà opprimente era di dedicarsi alla magia, che le
avrebbe permesso di sognare una vita migliore e di vendicarsi contro la
società che la considerava non un essere umano, ma schiava.
Vengono additati diversi metodi per conoscere le
masciare che turbano la nostra esistenza. Esse sono sempre in agguato, si
rendono invisibili e costituiscono un perenne pericolo per l’uomo. Prima
di mangiare, di bere, e all’inizio del lavoro, il contadino, una volta,
per chiedere protezione e per scongiurare le disgrazie, rendeva grazie al
Signore dicendo: “Laudam’ Dio”, lodiamo Dio. Il mietitore,
accingendosi alla falciatura, se loda Dio, riuscirà ad imprigionare gli
spiriti malvagi tra le reste. Le spighe cadute sotto il primo colpo di
falce, dovranno essere intrecciate in modo da formare una croce e
conservate in casa. Si porteranno in chiesa il giorno di Pasqua. Durante
la messa, le fattucchiere, ancora legate alle spighe, smanieranno e
invocheranno il portatore di uscire. Non bisogna, però, farsi convincere
dalle suppliche. All’elevazione dell’ostia assumeranno fattezze umane e
saranno riconosciute. Si può conseguire lo stesso risultato con pezzetti
di formaggio staccati con i denti durante la quaresima e portati in chiesa
a Pasqua.
Talvolta le masciare, eludendo le contromisure prese
dal contadino, si avvicinano al letto e immobilizzano il dormiente. Si
avvertono allora acuti dolori di pancia, di stomaco e si registra una
progressiva perdita della facoltà motoria e psichica. L’unico mezzo per
allontanare le streghe consiste nell’invocare la Madonna del Carmine. Il
paziente che riesce ad afferrarne una per i capelli, se desidera
riconoscenla, non deve mai allentare la presa. In questo caso la
fattucchiera dirà:
— Che hai in mano? Bisogna rispondere:
— Ferro e acciaio, ti tengo stretta fino
a giorno chiaro. Se la risposta sarà un’altra, la masciara svanirà tra le
tenebre dicendo:
— Anch ‘s’ m’ string ‘pi capidd’, io m’ n’ sfil’
com’ n ‘angidd” (Anche se mi tieni per i capelli, io me ne sfilo
come un’anguilla). Se il malato avrà la forza di non mollare la stretta,
la masciara sarà riconosciuta al primo chiarore dell’alba.
Per non permettere alle fattucchiere di molestare il
sonno ai bambini, mettendoli a letto, bisogna pronunciare i seguenti
versetti che presentano alcune reminiscenze latine:
Crist’ è nat Crist’ è nat da ‘na Verg’n’ s’è ‘ncarnat’,
com’ a nomo fatt’ s’est, Verb’ ‘n carn’ fatt’ m’est.
(Cristo è nato, Cristo è nato, da una Vergine si è
incarnato, come a un uomo si è fatto, Verbo in carne si è fatto per me).
Anche la seguente ninna-nanna ha il sapore di uno
scongiuro contro le forze malefiche delle streghe:
Ninna nì, ninna vol’ ‘mbracc’ t’ ten’ San N’col’.
San N'col’ nun vulìa menn’, vulìa cart’, calamai e penn’. San N’col’ a
panch’ scr’vìa, scr’vìa u nom’ d’ ‘stu figl’ mio. Ninna vol’, ninna cant;
b’cchir’ d’or’ chien’ d’acqua sant~ d’acqu’ n’ vulìa ‘na stizz’ p’ bagnà à
frond’ a ‘stu b’blizz’. D’acqua sant’ n’ vulìa ‘na fond’ p’ m’tt’rill’
‘nfrond a ‘stu ch’lomb~
Famm’ a ninna ‘nda nach’ a vint’
i zuch’ son’ d’or’, a nach’ è d’argint’.
(Ninna nì, ninna vola, in braccio ti tiene San
Nicola. San Nicola non voleva menna, voleva carta, calamaio e penna. San
Nicola alla panca scriveva, scriveva il nome di questo figlio mio. Ninna
vola, ninna canta, bicchieri d’oro pieni di acqua santa; d’acqua ne vorrei
una stilla per bagnare la fronte a questa bellezza. D’acqua ne vorrei una
fonte per metterla in fronte a questo colombo. Fammi la ninna nella naca a
vento, le funi son d’oro, la naca è d’argento).
Le anime votate al male si servono di fatture, per
far insorgere malattie, procurare dolori atroci, determinare la morte. A
seconda dei casi, si parla di “fattura a patimento” e “fattura a
morte”. Per colpire una persona o per sottometterne la volontà, si
adoperano filtri o parti del suo corpo: capelli, frammenti di abiti,
fotografie. Questi oggetti possono essere legati ad un rospo che viene
buttato sulla casa della persona odiata. Si crede che con la morte della
bestia, cesserà di vivere anche il nemico. Un altro tipo di fattura
consiste nel trafiggere con spilli o aghi un animale o una bambola. L’atto
del trafiggimento si trasmetterà all’essere umano, provocando malattie,
dolori, morte. Tre nodi fatti su una corda saranno sufficienti per
soffocare un individuo. Soltanto gli stregoni sono capaci di fare o
disfare una magia. E gli Albanesi, fino a pochi anni fa, si affidavano
frequentemente alle cure dei maghi, temuti e venerati come esseri dotati
del potere di togliere la vita o di trovare una panacea a tutti i mali.
Famoso mago della zona è stato zio Giuseppe
Ferramosca che dimorava in un casolare di campagna presso il “ponte
della Vecchia”. Le persone mature lo ricordano come un uomo dotato di
straordinari poteri terapeutici, del dono della chiaroveggenza e della
premonizione; i giovani come un vecchio che sfruttava la fama di mago, per
abbindolare le belle contadinotte.
Non di rado i contadini si recavano dai maghi di
Genzano, Oppido, Tricarico, Potenza. Per dimostrare quanto i maghi fossero
temuti, venerati e talvolta assetati di quattrini, riportiamo un
avvenimento narratoci da Maria Adamo; tralasciamo i nomi dei protagonisti
che non amano essere nominati in faccende di fatture.
“Le masciare erano cattive. Sentite questa capitata
ad una mia vicina di casa. N. M. stava andando a fare una visita ad
un’amica e portava con sé il bambino. In un vicolo incontrò una masciara.
Volendola scansare, cercò di cambiare strada, ma non fu possibile, per
mancanza di vie laterali. Per evitare che il bambino venisse fatturato, lo
coprì con uno scialle, ma l’espediente risultò inefficace. La masciara la
guardò con occhi maligni e disse:
— Se vuoi bene a tuo figlio, devi darmi un piatto di
fave.
A quei tempi c’era la miseria; in casa non c’era mai
niente; tutti erano poveri. La contadina che era veramente povera, rispose
che non ne aveva. La masciara aggiunse:
— Giacchè non mi vuoi accontentare, ti ricorderai
per sempre di me.
Il giorno stesso il bambino cominciò a star male.
Poi peggiorò. Rifiutava il latte, aveva la febbre, era diventato come un
filo. Era stato fatturato. Per togliere la fattura bisognava andare da
un’altra masciara. La madre andò con la cavalcatura a Oppido. Portò
soltanto una maglia del bambino. Era sufficiente portare soltanto una cosa
che apparteneva al bambino. Il mago appena guardò la maglia, disse:
— Il bambino è stato bruciato! Ti hanno chiesto
delle fave, ma tu ti sei rifiutata di darle. Per togliere la fattura ci
vogliono soldi. E chiese non so quanti soldi che quella poveretta non
aveva. La madre supplicò il mago di fare un’opera di carità, di aiutare
un’anima innocente. Il mago rispose:
— Lo salverei lo stesso, ma non posso. Il bambino è
stato bruciato a morte.
La contadina, tornata a casa, trovò il figlio privo
di vita”.
Oggi la fede nei maghi, guaritori o santoni, come li
chiamano alcuni, è scemata di molto, tuttavia si ricorre ad essi quando
una malattia si protrae nel tempo e le cure dei medici specialisti
risultano inefficaci. Qualcuno si reca anche lontano, attratto da nomi
altisonanti, seguiti da epiteti misteriosi e allettanti. Al ritorno elogia
e propaganda, in gran segreto, le virtù terapeutiche del mago, le sue
capacità di leggere il pensiero e di predire il futuro. Così la credenza
nella magia continua a sussistere, anche se in forme e modi diversi. La
magia popolare, arcaica e primitiva di Albano, si trasforma, altrove, in
“magia scientifica”, magia praticata esclusivamente per lucro.
Secondo la leggenda, molti tesori sarebbero
custoditi dagli spiriti maligni, presso le tante rocche che costellano il
territorio di Albano. Altri tesori, frutto di estorsioni e saccheggi,
sarebbero stati nascosti dai briganti in grotte, tronchi d’albero o in
luoghi inaccessibili. Chi vuole appropriarsene, deve quasi sempre
sacrificare sul posto uno o più bambini. Si tratta per lo più di tesori
imprendibili e rappresentano il sogno dei poveri che vorrebbero riscattare
una vita di miseria e di sofferenze.
Il “munacidd”, un folletto irrequieto e
bizzarro, ma non malvagio, è legato alla leggenda dei tesori. I piccoli,
di indole semplice e sincera, non ancora assillati da problemi economici,
lo cercano, per il carattere giulivo e per la capacità di proporre nuovi e
affascinanti trastulli. I grandi, invece, tentano inutilmente di
sottrargli il cappuccio rosso, nella speranza che egli, per riaverlo,
sveli dove è custodito un tesoro. Per questo motivo il folletto si
dimostra dispettoso e vendicativo con le persone mature, socievole e
affabile con i piccini. Nella fantasia popolare, il “munacidd”
simboleggia l’onestà, la lealtà, la vita spensierata, priva di intrighi e
sotterfugi, e non sono poche le persone anziane che rievocano con
nostalgia i tempi della loro infanzia, quando trascorrevano ore felici in
sua compagnia.
Si narra che la Roccia dell’Ischio, un maestoso
monolito distante appena un chilometro dal paese custodisca un vitello
d’oro, monete e tanti gioielli. La porta della spelonca, invisibile per
tutto l’anno, si apre nell’attimo della consacrazione dell’ostia, durante
la messa di mezzanotte, a Natale. Rimane aperta fino all’alba. Chi
desidera impossessarsi del tesoro, deve sacrificare al diavolo la vita di
“un’anima innocente”. Senza l’uccisione del bambino, chi entra,
rimane imprigionato e viene inghiottito nelle viscere della terra. Bisogna
seguire la stessa prassi, per appropriarsi del tesoro nascosto in altre
località.
Riferiamo il tentativo effettuato da tre uomini di
Albano per impossessarsi del tesoro della Rocca di Cognato, così come ci è
stato raccontato da zia Antonia Molinani.
“Mio padre ha avuto il coraggio di sfidare la brutta
bestia che custodisce il tesoro. Ma non c’è riuscito. Si è salvato per
miracolo. Partirono in tre: lui, si chiamava Gerardo; don Nicola Cecere,
un prete, e un certo Giuseppe, detto il Calabrese. Naturalmente non
potevano mica uccidere un bambino, e così portarono una capra. Prima di
partire, la battezzarono. Fecero queste cose di chiesa per sconfiggere
meglio la brutta bestia. La roccia si aprì proprio a mezzanotte. Entrarono
in una galleria illuminata come se fosse giorno. Al centro della grotta
più grande, apparvero tre mucchi di soldi, gioielli, bracciali, collane.
Stavano per prendere il tesoro, quando dalla terra si sprigionarono delle
fiamme. In mezzo spuntò la brutta bestia. Appena vide la capra, l’afferrò
per la barbetta del mento e si mise a scuoterla urlando:
— Dovevate portarmi l’anima di un bambino e non una
capra! Adesso verrete con me!.
Mio padre terrorizzato invocò la Madonna del
Carmine. Al nome della Madonna, la brutta bestia sparì, accompagnata da un
boato. Cosa avvenne poi, nessuno ha saputo ripeterlo. Il giorno dopo tutti
e tre si trovarono separati l’uno dall’altro, a chilometri di distanza.
Ritornarono a casa dopo quattro giorni”.
Le masciare, il lupo mannaro, le fatture stanno
diventando un ricordo, ma la lotta contro le tempeste è ancora sentita,
perché una violenta grandinata potrebbe distruggere il duro e paziente
lavoro di un anno. I temporali da noi non sono rari. Il clima mediterraneo
è capriccioso, imprevedibile: a lunghi periodi di siccità, seguono
violente tempeste che recano più danni che benefici. Il contadino deve
lottare continuamente contro le avverse forze della natura pilotate da
demoni e da streghe che volteggiano tra nembi, sopra una scopa. Appena il
cielo si ricopre di nuvole minacciose e l’aria è squarciata da lampi,
pronuncia scongiuri e colloca davanti alla porta attrezzi antitempesta.
Qualsiasi arnese agricolo, disposto a croce, è sufficiente ad allontanare
il pericolo: due falci, due zappe, un treppiede infuocato, con i sostegni
rivolti al cielo. La facilità con cui abbiamo reperito le formule dimostra
che erano e, forse, sono ritenute ancora valide le pratiche magiche, per
fermare le tempeste. Trascriviamo due scongiuri:
Io t’ scongiur’
n’du nom’ du Padr’, du Figl’ e du Spir’t’ Sant’
(tre volte). Non son’ io ch’ t’ scongiur'
ma n’du nom’ du Padr’, du Figl’ e du Spir’t’
Sant’.
Tu si stat’ n’du birn’ e vincitor’ si stat’.
Quann’ sint’ u nom’ mio tre vot’, com’ t’acch’,
t’ai f’rmà.
Palm’ b’n’dett iurn’ d’ fes't
fa’ sparisc’ trun’ e t’mpest'
Vattìnn’ n’da nu vosch’ scur’,
nun fa’ dann’ a campagn’
e nè a criatur’
N’du nom’ du Padr', du Figl’
e du Spir’t’ Sant’.
(Io ti scongiuro, in nome del Padre, del Figlio e
dello Spirito Santo. Tu sei stato all’inferno e vincitore sei stato.
Quando senti il nome mio tre volte, come ti trovi, ti devi fermare. Palma
benedetta, giorno di festa, fa’ scomparire tuoni e tempesta. Vattene in un
bosco oscuro, non far danni alla campagna e né a creatura).
Seguono un Pater, un’Ave, un Gloria.
Svigl’t’, San Giorg; non dorm’ cchiù,’ ca vegg’
tre nuv’l’ apparisc' un d’acqu’ e un d’ vint’, ‘n’at’ d’ fort’ mal’ timp’.
Tu ch’ vai sup’ a nu cavadd’ iangh’, firm’ a brigl, non ggè cchiù nand’.
L’ cummann’ u Padr’, u Figl’ e u Spir’t’ San't
a cort’ c’lest’ tutta quant.
(Svegliati, San Giorgio, non più dormire, che vedo
tre nuvole comparire:
una di acqua e una di vento, un altra di forte male
tempo. Tu che vai sul cavallo bianco, ferma la briglia, non andar più
avanti. Lo comanda il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, la corte
celeste tutta quanta).
Seguono un Pater, un’Ave, un Gloria.
Le masciare adoperano spesso i loro poteri
paranormali, per prelevare i bambini dalla culla e collocarli in luoghi
pericolosi. I genitori, la mattina, li rinvengono nel focolare, sotto il
letto, nella cantina, nei tini. Anche i grandi vengono colpiti da malefici
e al risveglio si ritrovano legati con una corda al letto. Il fenomeno può
interessare tutto il corpo o soltanto braccia e gambe. Qualcuno s’è
risvegliato con una fune intorno al collo, altri circondati da quattro
candele disposte agli angoli del letto. Qualsiasi fenomeno magico può
protrarsi nel tempo e, per eliminare la fattura, occorre l’intervento d’un
fattucchiere. Le masciare, per lasciare un segno del loro passaggio,
intrecciano code e criniere di cavalli o annodano il vello delle pecore.
Molte fanciulle, prima del matrimonio, trovano tagliuzzata la veste
nuziale o parte del corredo. L’opera del diavolo o delle streghe si
manifesta in mille altri modi, su persone, cose, animali. E la gente nutre
un sacro terrore per tutto ciò che non rientra nell’ordine logico della
natura.
Oggi, questi fenomeni fanno parte del passato, ma
perdura il timore di essere fatturati. Con l’installazione dell’energia
elettrica, con l’avvento dei mass-media, con la scomparsa
dell’analfabetismo, non si vedono più, intorno al focolare o tra le
coperte, spettri e masciare. Le famiglie non sono più composte di dieci o
più membri; una coppia di sposi mette al mondo massimo tre, quattro figli,
sicché non si colloca, inconsciamente, nel focolare o in cantina il figlio
indesiderato. Nessuno si ritrova legato con una corda al proprio letto: la
vita è diventata così frenetica che manca il tempo per pensare e
trasformarsi in autolesionisti. Per la strada non circolano più
licantropi; la veste nuziale rimane intatta. Il matrimonio non è più un
contratto tra due famiglie: le ragazze sono libere di scegliersi il
compagno della vita, perciò non si armano di forbici, per disapprovare
l’imposizione dei genitori. Una vecchietta a cui abbiamo chiesto perché
oggi non sì verificano fenomeni di stregoneria, ha risposto:
— È stato il Papa che ha fatto l’Anno Santo. Però
potrebbero venire tempi peggiori.
Il progresso della scienza e della tecnica ha
spazzato tante credenze e tradizioni e ci sta privando della libertà di
aspirare, per mezzo della magia, ad un mondo migliore, fatto di sogni e,
magari, di chimere. Oggi si rischia di non cantare più la ninna-nanna al
bimbo che sta per addormentarsi.
6 P. DAMIANO, op. cit., pagg. 47-48-49.
7 APA, Serie Prima, n. 2.
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