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La Festa dello Scaricavascio a Melfi da "Basilicata nel Mondo" (1924 -1927)
Così, come non v’è famiglia di operaio o di contadino che non abbia in casa, al posto di onore, un quadro almeno con l'immagine sorridente del virtuoso fraticello, recante sulle braccia provvide un bambino paffutello e, tutt’intorno, la serie infinita dei suoi miracoli portentosi... Si deve, assai probabilmente, ad una tale larga popolarità, se nei festeggiamenti di Sant’Antonio di Padova si trovano inserite manifestazioni di sapore squisitamente locale che consentono di risalire lungo la interminabile corrente dei secoli per rilevare, a traverso tradizioni note e costumanze non del tutto scomparse, i caratteri più sensibili di tutto un popolo, la di cui storia nasconde pagine inedite, rilucenti di rara bellezza e di esuberante sentimentalità. A Melfi, per esempio, il 13 giugno e nei giorni precedenti, durante la « tredicina » si usa fare allo Scaricavascio, gioco caratteristico e rumoroso, al quale si adatta particolarmente la forte e gagliarda gioventù lavoratrice. « Esso consiste — scrive il prof. Antonio Pesce nelle sue ( Notizie storiche della Città di Melfi ) in un circolo, di una decina di uomini e di giovanotti del basso ceto che si tengono stretti per mano, sulle spalle dei quali montano altrettanti compagni, anch’essi fortemente legati per mano, e così uniti e sovrapposti gli uni agli altri, girano a tarda sera per le vie della Città, o innanzi alla Statua del Santo ». « Fare allo scaricavascio » è una frase che può ben dirsi entrata trionfalmente nell’uso comune della fraseologia melfitana. Essa serve a significare propriamente il ruinare improvviso e clamoroso di una situazione politica o personale poco bene congegnata e scarsamente solida, precisamente come lo « scaricavascio » cui « dopo parecchi giri, i compagni di sopra — secondo la descrizione dello stesso prof. Pesce — si gettano sopra quelli di sotto, o questi fanno cadere quelli di sopra ». L’uso antichissimo e assai diffuso di tale espressione paesana, il di cui significato non consente, a parer nostro, sofisticazioni di sorta, denuncia 1’infondatezza delle deduzioni del Pesce che nella citata pubblicazione, basandosi sopra una erronea interpretazione di alcune strofette che i giocatori cantano durante i « gira tondo » della improvvisa e poco resistente torre umana:
« Vuie ca state da sopa, stateve attinte ancora cadite...
ha voluto azzardare che lo scaricavascio « avesse il riposto significato politico di invitare gli italiani del Nord (vui ca state da sopa) ad unirsi ai meridionali e a mantenersi saldi nella fede giurata di scuotere il giogo straniero . Lo scaricavascio ha, invece, una significazione tutta locale, nient’altro che la caricatura delle false situazioni. Le sue strofe dicono, infatti, un chiaro e preciso monito ai facili dominatori che si reggono a mala pena sulle spalle del popolo che non è, in fondo, tanto minchione come si crede. La sua invenzione rimonta al 1799, all’epoca, cioè, in cui i maggiorenti melfitani, in luogo di organizzare una strenua difesa della Città, così come molti altri Comuni della Provincia fecero, primo e più eroico fra tutti Picerno, che si ridusse a fondere il bronzo delle campane per farne proiettili contro gli invasori, preferirono aprire le porte di casa propria alle orde devastatrici del Cardinale Ruffo. L’atto vile urtò nel sentimento virile della popolazione che, non potendo altrimenti esprimere la propria indignazione in quei tempi di scarse libertà, riuscì a significare nello scaricavascio la insicura stabilità del dominio paesano che i maggiorenti, sanfedisti improvvisati, avevano ottenuto dal favore del Ruffo in cambio della resa. E nel ballettio faticoso delle improvvisate torri umane, la fertile fantasia popolare ricamò le strofette d’occasione.
Vuie ca state da sopa Statev’attinte ancora cadite... Lu vide lu scaricavascio Lu vide e sembra mo Pizzic’Andò, pizzic’Andò...
Strofette giocose che sembrano dette, così alla buona, soltanto per scherzo, mentre hanno una chiara profonda significazione, il monito ai pericolanti dominatori; la raffigurazione allegorica della situazione prossima a rovinare; 1’incitamento al popolo.
La eloquente ballata continua per un pezzo ancora su questo tono ammonitore, e più in là spiega meglio, con una arguta ritoccatina ai precedenti concetti pur essa indirizzata a quelli che « stann’ da sopa », che
Se si spezza lu ram di sotto Ve ne sciate di capisotto...
per dire ai dominatori che se il popolo si sottrae al giogo del loro dominio, il capitombolo è inevitabile. Trattandosi di manifestazioni scaturite dal sentimento popolare, sempre spontaneo e sempre gioviale, non potevano mancare gli spunti salaci. E la ballata aggiunge insistendo nel suo ritmo fresco e cadenzato:
A Maria Antonia tosta tosta, Lu cicato facia la posta
Durante la fervida preparazione delle battaglie per 1’Indipendenza Italiana, quando tutto il popolo meridionale seguiva con entusiasmo passinato le gesta eroiche dei liberatori, nei canti dello scarivascio che erompevano dall’anima sincera dei giovani melfitani, il sentimento patriottico prese il dominio assoluto, ed al vecchio scherzoso ritornello.
Carichella. carichella nun si bun’ pe carica...
si aggiunse vibrante la voce della nuova fede, e questa, nell’accorato « Addio alla Bella » , trasformò 1’antica sorridente ballata in un commosso canto di guerra, espressione di esuberante ardimento, foriero di sicura vittoria.
Addio mia bella, addio:. L’armata se ne va; Se non partissi anch’io Sarebbe una viltà.
La storica suggestiva tradizione dello scaricavascio va pur’essa declinando. La gioventù odierna è quasi indifferente alle vibrazioni dell’anima e del sentimento popolarei, perché presa dall’incantesimo scialbo della modernità. È doloroso; ma fatale. In tempi di sceme adorazioni della funesta Dea Coca, di frenesie mondane e di galoppanti progressi verso le forme più sciape della vanità umana, la gioventù paesana non poteva resistere al triste contagio. Siamo, decisamente, in un’epoca di pericolosa decadenza, in i sentimenti più elevati dello spirito cedono dolorosamente il posto alla cieca passione delle gioie passeggere. E l’anima del popolo impigrisce; si attarda nella contemplazione di una visione fallace; perde, in sostanza, le sue virtù migliori, ed i suoi entusiasmi generosi languono nella forma forra schiumosa delle sue insensibilità. La festa di S. Antonio perde, perciò, il suo più simpatico attributo, precisamente in un’epoca in cui le vicende della politica potrebbero rendere più significativo il monito diretto alle classi dominanti : « statev’attinte ancora cadite.... ». E noi non possiamo non deplorare come questo tramonto delle più saporose e caustiche tradizioni lucane, ch’erano le più sincere e spontanee caratteristiche dello spirito della stirpe, sia dovuto alla indifferenza della nostra generazione, che non fra ~i cuore per il culto delle tradizioni regionali ma assai futilmente si lascia deviare dietro le tradizioni altrui, che, molto spesso, non raggiungono il fascino e la poesia semplice e viva delle nostre. Segno di decadimento dello spirito lucano, o trapasso da uno studio di fantasia a uno studio di pensiero ?.
A. CAUTELA da "Basilicata nel Mondo" (1924 -1927) |
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