INDICE

 

IL VESPRO DELLA VALLE DI VITALBA
da "La Basilicata nel Mondo" (1924-1927)
 

Se Carlo I d'Angiò nacque all’Italia, ne risentirono specialmente le province meridionali, non esclusa la Basilicata, sulle quali pesò la sua mala signoria: il fasto della Corte, il continuo guerreggiare, un innumerevole stuolo di avventurieri a capo dei feudi, un nuvolo di straccioni alla direzione degli uffici pubblici ingoiavano le migliori risorse delle popolazioni e ne paralizzavano le energie.

La Valle di Vitalba, conchiusa tra Lagopesole e 1’Ofanto, tra l’Appennino e il Vulture, ricca, ai tempi della dominazione angioina, di foreste magnifiche, che fornivan remi alle galee dell’Adriatico, ma povera di abitanti, dovè, come tutta la Basilicata, subire questa pressione, questo soffocamento. I suoi nove casali — le Caldane, Lagopesole, Montemarcone, Rionero, Monticchio, Sant’Andrea, Rapone, Armaterra e S. Fele, — stretti, ad eccezione dei due primi, per ogni verso, dal fisco, smunti dal sovrano e dagli appaltatori dei tributi, — veri appaltatori di delitti ! — trattati bestialmente dal feudatario, circuiti dal sogghigno vampiresco di cento dissanguatori, dal giustiziere al batolo, ch’era una specie di « magistrato locale avente il carico finanziario ed amministrativo ed anche giudiziario in linea civile », obbligati a fornire militi e cavalieri o a dare prestazioni in danaro, vivevano una vita di patimenti e di stenti, senza albe e senza tramonti. Per queste continue spoliazioni e violenze, appunto, in Basilicata scomparvero molti centri abitati, e, quasi certamente, anche la Valle di Vitalba non poté sfuggire a questo spopolamento, perché si vide assottigliati i suoi casali e ridotti i suoi abitanti. I quali, pur fra tanti elementi ostili, benché non nutrissero serie speranze di veder allentato il cerchio di acciaio che li stringeva, nutrivano, però, spiriti bollenti, pronti alla ribellione e al sacrificio. Gli stranieri erano guardati con occhio di odio, oggi più di ieri, sia perché nuovi venuti erano più avidi, più prepotenti e più numerosi, sia perché non avevano rispetto di nulla né delle persone, né dell’onore, né degli averi, né dei costumi. E si raccontavano vari episodi, nei quali si sa bene che la peggio finiva col toccar sempre al suddito, al povero villico, ma che erano come il segno precursore di una fede in un avvenire alquanto diverso dal presente: episodi apparentemente indipendenti l'uno dall’altro, ma intimamente legati da un unico sentimento, dall’unica speranza di vedere meno inceppati i propri atti, di vedere migliorate le proprie condizioni, di respirare insomma, in aria, se non addirittura di libertà, di più mite schiavitù.

Né era mancata qualche grande occasione, in cui questi sentimenti erano stati, per dire così, saggiati. Verso i primi mesi del 1273, si procedette, nei casali della Valle di Vitalba, per ordine, già emanato da Carlo I d’Angiò, ad una inchiesta sulle donne feudatarie di Basilicata, per sapere quali di esse avessero contratto matrimonio senza il regio assenso. Ebbene 1’inchiesta, la quale dette come risultato che Altruda di Drogone, — domina inter alias pulcherrima — nel cui possesso era il feudo di Rapone e di Armaterra, oggi Armatieri, era andata sposa al milite Giovanni Ganbart di Pies, senza dubbio col pieno assenso regio, produsse un grande fermento tra gli abitatori dei casali di Vitalba, giacché essi sospettarono potesse quell’inchiesta costituire una sopraffazione ai danni di Altruda, discendente della potente famiglia normanna di Gilberto I di Balvano, la quale era, tuttavia, ritenuta il « genius loci », e godeva, infatti, fama di grande benefattrice, intollerante come i suoi vassalli dello sfrenato potere regio, insofferente di tutte le angustie delle quali li vedeva prigionieri, accorta e intelligente suscitatrice di sentimenti, che se non erano la ribellione, la preparavano. La rivolta fu soffocata subito: parecchi dei più compromessi furono mazzolati, gli altri, su cui era caduto appena qualche sospetto, giurarono nuova fedeltà e versarono pingue ammenda nelle mani del « taxator ». Altruda, insospettata, salì ancora più nella estimazione del Re, a cui quella ribellione dette la misura della soggezione e devozione che nella valle si nutriva verso di lei.

Ma per gli abitanti della Valle, veniva maturando il giorno della grande prova: se, come si è detto, non eran mancate occasioni, in cui, talvolta con prudenza, tal altra senza veli, s’era venuto esprimendo il sentimento che li animava, questo non ancora aveva potuto assumere tutti i precisi contorni di una vera unione di spiriti e di intenti, non s’era potuto, cioè, ancora liberare da quel bavaglio imposto dalla violenza dei conquistatori e da quelle circospezioni indispensabili alla buona causa. L’ora, infatti, suonò:

il 15 ottobre del 1273, la figlia di Carlo I, Beatrice, andò sposa a Filippo de Courtenay, figlio dell’imperatore di Costantinopoli, e, perciò, per far fronte alle ingenti spese per i festeggiamenti, il tributo fu aumentato, per quell’anno, di 30.000 once di oro, pari alla somma di L. 11.180.000 del nostro anteguerra e a circa lire 60.000.000, in cifra tonda, di oggi.

Certo non era questa la prima volta, in cui alle imposte e tasse ordinarie se ne aggiungeva un’altra di carattere straordinario ed eccezionale, né sarebbe stata l'ultima: anche in precedenza, in occasione di armamenti, di guerre, di feste, il regno, che contava due milioni appena, veniva gravato di nuovi contributi. Ma le altre volte, almeno per quanto si riferisce ai casali della Valle di Vitalba, lo spirito pubblico non era stato messo a così dura prova come ora, giacché gl’incaricati della riscossione del nuovo contributo, imbaldanziti dal titolo, diciamo così, della imposizione — de subventione maritagii dominae Beatricis — , quasi a rendersi maggiormente benemeriti presso il Giustiziere dal quale dipendevano, venivano adottando un sistema di maggiore asprezza verso il contribuente, che talvolta non sfuggiva al carcere e alla fustigazione; sistema del pugno di ferro, che non tentava la carezza e la seduzione.

Gli abitanti della Valle, all’invito di versar la prima rata mensile, si rifiutarono. I soldati aumentati di numero, spavaldi per abitudine, si ritrovarono ribaldi per istinto; malmenarono, percossero, riempirono le prigioni. Sottovoce venivano ripetuti i fatti più gravi, che di quei giorni accadevano in questo o in quel casale: i più timidi, in previsione di gravi avvenimenti, che si respiravano con l’aria, pensavano già al possibile rifugio; i più cauti si guardavano silenziosi negli occhi; i più animosi commentavano con voce che celava il brontolio del tuono, e intanto affilavano le armi ; su tutti si addensava un cielo di tempesta. E il tuono scoppiò: nel casale di S. Fele, un soldato francese, ebbro di violenza e di libidine, dopo aver percosso a sangue certo Bartholomeus de Ruggerio, uomo popolare e molto noto, anche negli altri casali, per l’esercizio della mercatura, alla figlia di costui, giovane bellissima e purissima di costumi, che lacrimando era accorsa per invocare pietà, per il padre, fece proposte oscene, e, allo sbigottimento di lei, fece non solo seguire l’atto di abbracciarla e di insudiciarne il volto verginale con labbra che sapevano la bestemmia e l’accento orgiastico della taverna, ma sul limitare della casa, donde ella sognava di uscire sposa incontaminata, tentò, anche, quel bruto, i cui lontani progenitori avevan curvato la cervice sotto il tallone di Cesare, di arrecarle il supremo oltraggio. E fu la rivolta, fu la strage. Non un soldato francese scampò all’eccidio: il corpo di quel bruto venne trascinato per le vie e poi fatto a pezzi e bruciato. Fu la festa del sangue, fu l’esaltazione della ferocia, fu l’apoteosi dell’odio e della vendetta. Questo movimento insurrezionale di tutti i casali della Valle di Vitalba fu come l’anticipazione di quello che poi doveva verificarsi nove anni dopo a Palermo: fu il piccolo Vespro di Vitalba. Ma esso, che pur dovè significare ammonimento per chi aveva il potere e per chi lo subiva, valse senza dubbio come argomento di maggiore disprezzo verso lo straniero, non ottenne, almeno per il momento, altro risultato pratico se non quello di una recrudescenza più feroce, di una reazione più sanguinosa. La quale si scatenò particolarmente verso gli abitanti di S. Fele, « gens in armis potens et ferox » : e allora si verificò uno spettacolo meraviglioso di solidarietà e di forza. Furono abbandonate le case, e tutti, anche i vecchi e i malati, portando con sé le poche masserizie e menando innanzi gli armenti, come gli antichi popoli nomadi, si ritirarono, a oltre dieci chilometri di distanza, nelle foltissime boscaglie del Monte Santa Croce, dove non sarebbe stata facile 1’impresa per i persecutori di raggiungerli. La ferocia regia, che non aveva previsto questo esodo in massa, rimase disorientata e ammirata nello stesso tempo: fu inviato sul posto un forte nucleo di gente armata, perché non desse loro tregua né giorno né notte e i più corrivi uccidesse e persuadesse gli altri a ritornare ai propri casolari. La lotta fu violenta, aspra, incessante, senza quartiere da ambo le parti.

I Sanfelesi avevano messo il loro quartiere generale sulle pendici del lato nord del Monte Santa Croce, che dell’Appennino Lucano è non indegno rappresentante, giacché, dalla sua cima, per vari mesi dell’anno ricoperta di nevi, alta sul mare m. 1350, lo sguardo può liberamente spingersi, da sud-ovest, verso le ubertose campagne del salernitano, da nord, verso la Puglia feconda, che ben a ragione può dirsi « madre di biade e viti », e da nord­ovest, verso le aspre giogaie dell’ Avellinese. Li, essi trascorsero lo scorcio del 1273 e buona parte dell’anno seguente, e la loro maggiore preoccupazione fu per i rigori dell’ inverno, normalmente aspro, e per l’apparizione, per fortuna quasi rara, di qualche orso (1), e per quella, più frequente, di torme di lupi. Una vita nuova si svolse sotto i secolari faggi e cerri, e mai regnarono cosi sovrane la concordia e la pace come tra quei perseguitati, che, ridotti a meno di un migliaio, elettisi un capo il quale provvide a tutte le opere di difesa del campo e distribuì i vari incarichi miranti al bene della comunità, tennero fronte, con animo sereno e deciso, a tutte le avversità. L’abbondante selvaggina, e non vi mancavano il cervo, il daino e il capriolo, di cui s’impossessavano con mezzi ingegnosi, il prodotto degli armenti e gli aiuti dei vari casali, che, di nascosto, inviavano larghe provviste di cibarie, valsero a rendere meno tormentosa quella vita di disagi e di sacrifici. Spesse volte il campo, che era stato opportunamente e saldamente circondato di grandi tronchi di alberi e di siepe fitta e munito di un profondo ed ampio fossato, sì da costituire un baluardo non facilmente sormontabile, fu messo a rumore, e in quei momenti di pericolo era un affannoso accorrere, presso i punti più minacciati, di uomini e donne, armati di ogni specie di arnesi atti alla difesa: più spesso qualcuno dei più intrepidi, allontanatosi per esercitare una vigilanza maggiore verso i punti più sospetti, non aveva fatto più ritorno, perché i feroci avventurieri regi, che pur paventavano di spingersi verso i ribelli, avevano su di lui esercitato il loro coraggio, stando nei comodi agguati delle boscaglie; ma molto più spesso erano questi avventurieri a cadere nel tranello, e anche per essi non c’era via di scampo.

A questo punto erano le cose, quando i ribelli si accorsero, di un tratto, che la vigilanza contro di essi era cessata: temettero, per questo, chi sa quale dolorosa e aspra ripresa delle ostilità, ma, un bel giorno dei primi di agosto del 1274, un prolungato suon di corno si udì di valle in valle saliente verso il loro accampamento, e si presentò al capo un’ambasceria, dichiarando che la clemenza sovrana, per intercessione di Altruda, aveva deciso di stendere un velo sul passato, a condizione che rientrassero tutti nel proprio casale e facessero promesse di fedele sudditanza per l’avvenire, e, perché essi non sospettassero che ciò fosse un tranello, Altruda in persona sarebbe venuta loro incontro, ( in proximitate ecclesi~ beate Dei Genitricis, in Iocum qui vocatur Perno ), il giorno quindici dello stesso mese di agosto. Animatissime furono, quel giorno, le discussioni tra i Sanfelesi, giacché molti, ed erano i più, eran d’avviso che, per la dignità di tutti, bisognasse respingere la proposta; ma prevalse l’opinione contraria, per la considerazione che sarebbe stato lo stesso che votar alla morte i vecchi, i fanciulli e le donne, se questi avessero dovuto continuare a vivere quella vita di sofferenze e di privazioni, ed anche perché veniva ad essi data seria e formale assicurazione che nessun soldato francese avrebbe, d’allora in poi, messo più piede nel loro Casale.

Commovente fu l’incontro, presso il Santuario della Beata Vergine di Perno, — completamente rifatto verso la fine del 1200 ad opera di Gilberto II di Balvano, costruttori alcun operai di Muro Lucano — tra la discendente di una delle più potenti famiglie normanne, Altruda, figlia di Isabella e di Teobaldo di Dragone, e quel manipolo di forti, che aveva osato, armato di santa audacia, di ribellarsi all’autorità sovrana; e solenne, anche perché vi parteciparono molti degli altri casali della Valle. Così il 15 agosto del 1274, lo sparuto popolo del « Castrum Sancti Felicis », dopo aver reso azioni di grazie alla Vergine di Perno, rientrava nel proprio casale più rispettato e più temuto di prima, e nei tempi che seguirono non smentì mai quel suo carattere di fierezza e d’indipendenza, che, nell’epoca cui ci riferiamo, gli valse la crudele attenzione di un re potente come Carlo I d’Angiò.

Quasi nessuna traccia, oggi, rimane di tanto infuriar di eventi e di un duello così feroce e ineguale, combattutosi tra un misero piccolo popolo di schiavi insofferenti e la oltracotanza di un temuto Signore le poche parole che testimoniano degli avvenimenti, spesso pavide e incerte, trovate nei rari documenti, anch'esse sono lo specchio quasi fedele dei tempi minacciosi ed oscuri, e se qualche cosa di preciso esprimono essa ha nome terrore. La ricostruzione dell’avvenimento che è tutt’altro che precisa e che, anzi, presenta lacune quasi incolmabili, è stata possibile soltanto perché la voce, or viva e accesa, or fioca e malsicura, della tradizione, raccolta qua e là, l’ha aiutata, integrandola; ma esistono tuttora molte dubbiezze, che nessuna tradizione varrà mai ad attenuare, nessun documento a distruggere.

Dei tempi che furono, segno quasi unico che ne avanza è la festività della Beata Vergine di Perno, che ricorre il 15 agosto di ogni anno e che non è possibile affermare se cada in tal giorno perché anniversario del patto di pace concluso tra i Sanfelesi e il potere regio, o per una di quelle strane coincidenze di date; festività che anche ai tempi di oggi vien celebrata con la maggiore solennità e con l’entusiastico concorso degli abitanti dell’antica Valle di Vitalba e di altri paesi, nello storico Santuario che sorge, quasi a protezione di quelle contrade, che il bieco medioevo avvolse di fitte tenebre e di barbarie, « su l’alto della china boreale dell’Appennino di Santa Croce, » nella calma solenne delle boscaglie e nella pace feconda dei campi. Luoghi fatti apposta, perché l’anima, vibrante di poesia e assetata di purezza, attinga le più alte vette del sogno, sono stati, invece, la palestra diuturna nella quale le passioni più violente e gl’ istinti più bestiali si sono esercitati nell’odio e nella ferocia ed hanno avuto per posta l'uomo; luoghi, su cui si stende un cielo dell’azzurro più intenso, in cui la voce umana ha sonorità più profonde e la terra odora di mille erbe e da mille rivoli canori, trionfante e ammaliatore, si sprigiona il canto delle Ninfe, sono stati purtroppo teatro di gesta disonoranti, dal cui ricordo si rifugge come da uno spettacolo di terrore, di vergogna e di raccapriccio; luoghi nei quali, soltanto la incessante, affannosa ricerca del vero avrebbe tregua e questo ininterrotto travaglio di tutte le ore troverebbe pace e riposo; luoghi, donde l’occhio, affondando lo sguardo, vede, lontano, l’agitarsi di una nuova vita, dal ritmo possente: vede che quei piccoli casali di cui qualcuno scomparso — poveri mucchi di casupole su cui procellosi si abbatterono i tempi — sono oggi grosse borgate e qualcuno centro importante di commercio e d’industria; vede che in essi, pur tra lavori talvolta incomposti di fazioni, ampio e sicuro per sola forza autoctona, ostile spesso la natura, spessissimo avversi gli eventi, è il respiro del progresso, e che ne solca, ansante, le bianche strade l’automobile, al cui rombare, dalle balze montane di Castel Lagopesole, che vide Lotario III e Innocenzo II dissetarsi alle « chiare fresche e dolci acque » di vergini sorgenti nella caldura estiva del 1137, e dove il Grande Federigo, più volte, addusse la sua irrequieta anima vagabonda, e l’uccisor di Corradino, Carlo I d’Angiò, l’angoscioso rimorso di uno dei più crudeli delitti della storia — risponde il fischio della vaporiera.

Intorno al Santuario, che fu testimone di tanta ferocia di tempi e a cui, forse, ripercossa di valle in valle, dal Castello di S. Fele, dove era stato rinchiuso e fu strangolato un figliuolo di Federigo II, il secondo Enrico, ancora fanciullo, giunse l’eco delle sue grida di morte, oggi non stride più « il verno de la barbarie » oggi, di ogni intorno, tutto è silenzio, « tutto ora tace ».

 

« Taccion le fiere, gli uomini e le cose, Roseo’l tramonto ne l’azzurro sfuma, Mormoran gli alti vertici ondeggianti. Ave Maria ».

 

LORENZO LANZETTA

da "La Basilicata nel Mondo" (1924-1927)

 

Pagina realizzata da:

 

Risoluzione 800 x 600.

Copyright 2000 - 2010   -   CARO © Corp. All Rights Reserved.
.

.