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Una attività manifatturiera nella Basilicata di metà Ottocento
VINCENZO BELLIZIA, COSTRUTTORE D'ARPE
Nella adunanza del 30 maggio 1843 i membri della "Società Economica di Basilicata" deliberarono a favore di un artigiano lucano, Vincenzo Bellizia, un premio di ducati 100 (1).
La Società Economica aveva sostituito nel 1811 la Società di Agricoltura (2), ereditandone i compiti più importanti: sollevare le sorti dell'economia regionale, sostenere l'attività commerciale, incentivare lo sviluppo della manifattura locale, programmare ed attivare una serie di iniziative che incidessero sulla desolata economia della Basilicata.
Il premio conferito al Bellizia rientrava nell'ambito delle iniziative intraprese a sostegno delle attività artigianali: il Bellizia era un costruttore di arpe, unico di tutta la Regione (3) e tra i primi del Regno Borbonico, insieme a Girolamo dé Baroni Corvo di Napoli, ad essere riuscito a costruire arpe a pedali.
La Società chiedeva inoltre che Vincenzo Bellizia fosse nominato Socio Corrispondente, proponeva che una sua arpa figurasse alla Esposizione di Belle Arti di Napoli, ed auspicava che sulla rivista della Società, il "Giornale Economico-Letterario della Basilicata" (4), venisse pubblicato un articolo che fornisse, dell'arpa, una ampia descrizione.
L'incarico di redigere l'articolo venne assegnato a Pasquale Amodio, membro della "Società", il quale si era già occupato del Bellizia: aveva letto in una adunanza della "Società Economica" una relazione dal titolo, "Vincenzo Bellizia e la sua arpa" (5).
L'articolo, avente lo stesso titolo della relazione, forniva una descrizione minuziosa della arpa costruita dal Bellizia per Gerardi Demarco, segretario del Consiglio d'Intendenza di Basilicata, la 132° della serie.
Amodío si sofferma dettagliatamente su tutte le parti che compongono l'arpa: descrive la cassa armonica, l'arco, la colonna, annota le decorazioni, i contrasti cromatici, gli intagli. l'impressione che se ne ricava, è quella di un'arpa elegante e raffinata, ben costruita in ogni sua parte.
"II corpo di questa arpa, ossia la cassa, - scrive Amodio dalla parte di dietro è di figura rotonda: nella sua metà una facciata piana ove sono dé fiori di figura ovale, per l'accesso dell'aria onde aversi un maggior suono: gli angoli di tale facciata, come due altri della tavola di armonia sono intarsiati di profili di ebano fregiati da bordure xilografiche, e che si rilevano bellamente sulla vernice. La tavola d'armonia, ossia il timpano, è benanche fregiata da otto figure xilografiche, quattro dall'una parte, e quattro dall'altra. Negli interstizi delle medesime, altre otto figure arabescate, festanti in mezzo a dei fiori svariatamente belli in oro, incastrato a mordentino; le quali esprimono tante allegorie dell'istrumento musicale. Le medesime da sotto in sopra vanno simmetricamente e con proporzione impicciolendosi col timpano, in tal modo che le ultime due tengono nelle mani il nome e la patria dello artefice. L'arco che sostiene i bischeri e la macchina, è proporzionalmente scorniciato e dorato - il coverchio nella parte opposta, che chiude la macchina è ornato di un festone di fiori in oro bellamente rilevato nella parte superiore ed inferiore dell'arco sonava intarsiati dé piccoli fiori in nero i quali graziosamente si rilevano sulla cornice rosea" (6).
Del tutto particolare, scrive Amodio, la colonna che "(...) nella tutta sua lunghezza è scanellata; ed i cavi sono dorati: i piani inverniciati in rosso con intarsiatura in nero: bellissimo è questo contrasto! La base è ornata da basso-rilievi esprimenti varie foglie, tutte dorate con cesellatura di piccole pietre di vario colore, quelle si adattano ad ornamento degli anelli, il fondo è minutamente cesellato e dorato ma con lavoro più splendido, onde vien meglio risaltare i basso-rilievi. II plinto alla base è verniciato in rosso e fregiato da un delicato profilo in argento, che diresti ricamato non verniciato. La piramide, dal divanti è tutta fregiata da figurine e rosoni intagliati a basso-rilievi dorati ed ornati di pietre colorate, ed il fondo è parimenti cesellato minutamente e con ordine delicato, con un pò più di aro onde far risaltare gli intagli. Dal di dietro donde sortono i sette pedali é inverniciata in rosso con profili di argento, i quali risaltano bellamente. Dessa è poi sostenuta da quattro piedi di leone inargentati su quattro palle" (7). Amodio, inoltre, evidenzia il capitello della colonna "decorato da teste di arieti dalle cui corna escono pendenti dé festoni di fiori e frutta. Negli interstizi sonavi intagliati delle cariatidi che .colle mani sostengono delle corbe di fiori e frutta sul loro capo" (8).
Terminata la descrizione delle singole parti, Amodio si sofferma sull'arpa nel suo insieme, scrivendo che "tutta l'arpa inverniciata a rosso, vivo, lucido, splendente, trasparente lascia rilevare la venatura del legno - mentre - l'ordine, la delicatezza, la finezza dei colori, sono tutti pregi di questo lavoro; e può dirsi che tutto il bello ideale è rappresentato nell'opera" (9).
Che dire poi della intonazione? Anche su questo la descrizione di Amodio non lascia adito ad alcun dubbio: l'arpa del Bellizia era stata esaminata da una musicista virtuosa, che ne aveva dato un giudizio più che lusinghiero: "Testimone non della scienza musicale, ma di un sentire forte e non comune; e rivelatore insieme della pubblica opinione, diremmo che l'accordo, la forte intuonazione, l'armonia sortivano da quest'arpa egregiamente (...j dalle mani sapienti di una suonatrice di piano-forte, erudita in lettere per quanto virtuosa (...) Albina D'Afflitto, nota come un prodigio musicale, è colei che (---) rilevava le bellezze dell'arpa - sentenziava l'elogio di Bellizia - appalesava tutte le sue grazie" (10).
Amodio concludeva il lungo e particolareggiato articolo, auspicando che l'attività del Bellizia, assunta ad emblema della maestria se non della genialità degli artigiani lucani, fosse coronata da successa, ricevesse i premi e i riconoscimenti che meritiva e soprattutto servisse da esempio per altri artigiani della Regione. Nel 1 $45, ad un anno dall'articolo di Amodio, sulla rivista partenopea "II Lucifero" apparve un'altro articolo dedicato al Bellizia (11).
Venne scritto dall'Abate Antonio Racioppi, di Moliterno (PZ), che aveva avuto modo di incontrare il Bellizia quando questo era poco più che giovinetto. Dobbiamo al Racioppi una serie di notizie biografiche relative alla famiglia di origine del Bellizia, alle prime attività svolte, all'iter professionale ed ulteriori informazioni circa le tecniche impiegate per la costruzione delle arpe.
"Figlio di un povero falegname - scrive il Racioppi - andò a scuola fino a che toccato avendo gli studi filosofici e non sapendo qual pro cavare da uno stato che abbisognava per più altro
tempo di una spesa che il padre non era in posizione di erogare, si dà al mestiere di sonatore entrando in una banda a suonarvi ('ottavino. Durò in questa carriera per qualche anno, ma ne disertò per dedicarsi all'ebanisteria, probabilmente in grazia di certi mobili lustrati a specchio ch'ei vide la prima volta in casa mia, perchè ricordo di essersi a me raccomandato perchè fosse ricevuto a discepolo da un ebanista del mio paese" (12).
Dal Racioppí acquisiamo quindi alcune importanti informazioni relative all'attività professionale esercitata dal Bellizia, il quale dopo essere stato componente di una banda musicale, approda alla ebanisteria. Ed è proprio il succedersi di queste attività, l'acquisizione del baglio di conoscenze teoriche e di abilità tecniche ad esse connesse, che permetteranno al Bellizia di affermarsi in ambito interregionale in qualità di costruttore di arpe.
Dall'esperienza di suonatore di ottavino nella banda di musicanti girovaghi, il Bellizia trarrà la capacità di produrre ed ascoltare le note musicali, la conoscenza di una ampia gamma di strumenti musicali che una orchestrina, se pur itinerante come quella cui egli apparteneva, doveva necessariamente annovarere. Dalla esperienza professionale successiva, maturata nel campo dell'ebanisteria, trarrà invece la capacità di lavorare il legno. Acquisirò la capacità di saper vedere all'interno del tronco le figure sopite che la corteccia nasconde e che attendono di essere ri-levate e dis-velate.
Oltre alla personale esperienza professionale, di musicante girovago prima e di ebanista subito dopo, per lo sviluppo dell'attività del Bellizia furono senz'altro decisivi alcuni elementi di carattere socioculturale legati all'ambiente nel quale era cresciuto e nel quale continuava a vivere.
Vincenzo Bellizia, all'anagrafe Vincenzo Giuseppe Raffaele, era nato nel 1801 a Viggiano dove si era consolidata una intensa attività musicale (13): fin dal Settecento (14), utilizzando la pausa del lavoro nei campi imposta dal periodo invernale, contadini avvezzi alla musica, suonatori di zampogne e di ciaramelle, di arpa, di flauto e di violino, lasciavano la Valle dell'Agri per raggiungere Napoli in occasione della novena natalizia. Dimostratasi remunerativa, tale attività sul volgere del secolo si era trasformata in attività fissa, praticata per tutta la vita da musicanti di professione che si spingevano oramai nelle maggiori città d'Europa e degli Stati Uniti.
Ed è proprio dall'attività dei musicanti girovaghi, dal substrato musicale che si era sedimentato a Viggiano, dal "humus" musicale fortemente radicate e capillarmente diffusa, che il Bellizia trarrà gli input che lo avrebbero condotto alla costruzione di arpe. Dapprima quelle portative di piccole dimensioni, leggere e maneggevoli, alte non più di 80-90 cm. ed aventi 12-14 corde, poi quelle positive diatoniche, alte 140-150 cm. con 34-36 corde, destinate entrambe ai musicanti girovaghi, ed infine le eleganti, raffinate e costose arpe a pedali per una utenza diversa,
"Ma come mai é giunto il Bellizia - si chiedeva il Racioppi - a toccare quella perfezione in un'arte, di cui sono state finora gelose posseditrici due nazioni che ne tengono per così dire la privativa in faccia tutta l'Europa?" (15). "In grazia - rispondeva il Racioppi - del suo genio esploratore (...j - aggiungendo: Confinata in un luogo di provincia, in cui oltre alla penuria di quanto può offrire una città capitale alla facilitazione delle arti, non ebbe da chi apprendere neppure un'idea, salvo il poter squadrare da capo a fundo e dentro e fuori più e più arpe parigine e tedesche. Colla profonda analisi di queste pervenne alla sintesi delle sue, che non solo l'eguagliano in quanto alla forma ed eleganza, ma forse le superano in quanto alla intonazione ed a certi altri amminicoli, ch'egli ha saputo aggiungervi per un perfezionamento maggiore" (16). Ciò che tuttavia sembrava sorprendente, che destava l'ammirazione dei critici e che aveva suscitato l'interesse della "Società Economica", era che il Bellizia fosse riuscito in tutto ciò assolutamente da solo: "A prescindere dal fatto di essere riuscito a raggiungere quella perfezione che nelle Arpe forastiere si ammira (...j - scrive il Racioppi a tal proposito -egli riunisce il raro vanto di aver esso solo lavorato l'opera sua in tutti i suoi estremi; egli l'ossatura, egli I'indoratura, cesellatura, egli vi ha lavorato i ferri che formano il giuco dé pedali cò semitoni, egli i bischeri, i bottoni delle corde, le figure xilografiche, i rabesch in oro, e le mille eleganti screziature, che non disgradono le virtù delle dipinture fiamminghe di questo genere" (17).
li Bellizia prima di giungere alla costruzione delle eleganti arpe a pedali, si era cimentato nella costruzione di altri strumenti musicali: era riuscito infatti, scrive il Racioppi, a costruire "organi con le canne palustri, cembali, organetti a cilindro ed a lastre di cristallo ed osare financo qualche tentativo di pianoforte" (18).
II nome del Bellizia, infine, compare nell'articolo che Giuseppe Regaldi scrisse nel 1848 sulla rivista napoletana "Il Poliorama Pittoresco" (19), ripubblicato nel volume di De Boucard (20). L'articolo è intitolato "I Viggianesi". Non vi sono notizie di particolare interesse, salvo la confermo che un'arpa del Bellizia venne portata nel 1845 alla Esposizione di Belle Arti di Napoli e la notizia, inedita, che il "Reale Istituto d'Incoraggiamento" (21) decorò l'artigiano lucano con una medaglia d'argento.
II Regaldi si sofferma soprattutto sui musicanti girovaghi "Viggianesi", narra alcune vicende, fornisce notizie in relazione agli itinerari, ai repertori, fa alcuni cenni in relazione agli strumenti impiegati ed a proposito del Bellizia scrive: "La sua fama, varcate le falde del paterno colle, si estese maggiormente nell'anno 1845 quando nella pubblica esposizione di belle arti in Napoli si ammirò una arpa splendente di dorature e di grazioso lavorio, bella a vedere, dolce ad udire; tantochè il lucano artista dall'Istituto d'Incoraggiamento venne decorato d'una medaglia d'argento" (22).
Maestro nell'arte della ebani steria, dell'intaglio e dell'intarsio; abile artigiano del ferro battuto e della cesellatura; raffinato pittore ed esperto nell'indoratura; competente nella xilografia, il Bellizia si era distinto autorevolmente nel dosare e trattare le vernici, "delle quali - scrive il Racioppi - è giunto a conoscer e Far tante che un'opera intorno le medesime scritta da lui, utilissima ad ogni maniera di artigiani che ne usano, è pronto per pubblicarsi colla stampa". (23)
Falegname, incisore e scultore; fabbro; verniciatore, pittore e xilografo; finanche scrittore, divulgatore di segreti professionali acquisiti lungo gli anni, il Bellizia è il prototipo dei garzone che si è fatto da solo, che dal nulla ha inventato una professione remunerativa e prestigiosa. E' l'esempio dei "mastro di bottega" che la "Società Economica" di Basilicata tenta, senza riuscirvi, di sostenere e di proporre al resto della regione.
L'attività intrapresa dal Bellizia, infatti, non avrà alcun seguito: a nulla valsero i riconoscimenti e le attività promozionali volute dalla "Società Economica" e dall' 'Istituto d'Incoraggiamento"; i premi in denaro e le medaglie d'argento; l'inclusione nel novero dei soci corrispondenti e la presenza alla prestigiosa Esposizione di Belle Arti di Napoli; gli articoli di Armodio, dei Racioppi e dei Regaldi.
Le iniziative ottocentesche si dimostrarono poco incisive, non riuscirono a dare vitalità e continuità alla attività del Bellizia che rimase una attività manifatturiera confinata nel piccolo paese lucano. Nella misura in cui sono divenuti documenti, oggetto di quesiti e di analisi storiografica, le iniziative ottocentesche, tuttavia, conservano oggi una certa utilità. E' in essi che si sono fissate alcune vicende legate alla vita professionale dei Bellizia che altrimenti non avremmo potuto conoscere.
Ciò che è invece scomparso, sprofondato. irrimediabilmente nelle voragini dei tempo, inghiottito ed avvolto nel silenzio degli anni, è il sapere e la maestria; sono i trucchi, i segreti e, se vogliamo l'arte di cui il Bellizia fu custode. In nessun documento potettero essere traslati. Nessuna ricerca potrà mai recuperarli.
NOTE
1) Si veda: "Giornale EconomicoLetterario della Basilicata", Potenza, anno Ili, Fasc. IV, 1843-'44, p. 164.
2) A tal proposito si veda la scheda bibliografica n. 1035, pg. 192, che T. Pedio dedica al volume di Francesco Perrone, "II Problema dei Mezzogiorno. Le teorie, le direttive", Napoli, Pierro, 1913. Sta in: T. Pedio, Saggio bibliografico sulla Basilicata, Potenza, Arnaldo Forni, 1962.
3) Per un quadro completo circa l'artigianato in Basilicata nel primo decennio dell'Ottocento, si vedano i risultati della "Statistica Murat Liana", pubblicati in: T. Pedio, 'La Basilicata borbonica', Venosa (PZ), ed. Osanna, 1986, pg. 111-155. E' interessante notare che tale indagine non rileva la presenza di alcun costruttore di arpe, mentre risultano presenti a Viggiano, fiorenti botteghe di "orolaj'', di orefici e di "fucilai".
4) In relazione all'attività editoriale ottocentesca in Basilicata e per l'approfondimento di altre tematiche sì veda: G.G. Monaco, "Fonti, Categorie e Modelli della Cultura in Basilicata", Fasano (BR), ed. Schena, 1991.
5) P. Amodio, Vincenzo Bellizia e la sua arpa, in: "Giornale Economico Letterario della Basilicata", Potenza, anno III, Fasc. II, 1843-'44, pg. 5054.
6) Ibidem, pg. 51-52.
7) Ibidem, pg. 52.
8) ibidem, pg. 52.
9) 16 idem, pg. 52
10) Ibidem, pg. 53
11) A. Racioppi, Vincenzo Bellizia, in: "II Lucifero", Napoli, anno VIII, n. 4, 18,45, pg. 34-35
12) Ibidem, pg. 34.
13) Si veda: G. Bracco, Ricerche storiche intorno ad una tradizione meridionale, in: "CLIC", Roma, anno XV, n. 3, Luglio-Settembre 1979; G.R. Celeste, L'arpa popolare viggianese nelle fonti documentarie, Viggiano (PZ), Amministrazione Comunale di Viggiano 1989; L. Corvino, La tradizione dell'arpa a Viggiano, Roma, Romeo Porfidio ed., 1984.
14) E. Alliegro, "l Viggianesi": Musicanti girovaghi nei secoli XVIII e XIX, in: "Basilicata Regione", Potenza, anno VII, n. 3, 1994, pg. 38. .
15) A. Racioppi, op. cit., pg. 35.
16) Ibidem, pg. 35.
17) Ibidem, pg. 35.
18) Ibidem, pg. 34.
19) G. Regaldi, I Viggianesi, in: "Poliorama Pittoresco", Napoli, anno XII, 1848.
20) F. De Boucard (a cura di), Usi e costumi di Napoli e contorni, Napoli, 1853-'60.
21) La "Real Società d'Incoraggiamento alle scienze naturali" era stata istituita da Giuseppe Napoleone il 1806, in sostituzione della "Accademia delle Scienze e delle Belle Lettere", istituita da Ferdinando IV di Borbone il 22 Giugno 1778. Nel 1808 la "Real Società d'Incoraggiamento alle scienze naturali" divenne "Reale Istituto d'Incoraggiamento alle scienze Naturali", cui venne unita la "Società Reale di Napoli" istituita il 20 maggio 1808. A tal proposito si veda: O. Mastroianni, Il Reale Istituto d'incoraggiamento di Napoli, Napoli, L. Pierro, 1907.
22) G. Regaldi, I Viggianesi, in: F. De Boucard (a cura di), Usi e costumi di Napoli e contorni, Milano, Longanesi, 1977, pg. 194.
23) A. Racioppi, op. cit., pg. 34.
BIBLIOGRAFIA
Alliegro E., "I Viggianesi": Musicanti girovaghi nei secoli XVIII e XIX, in: "Basilicata Regione", Potenza, anno VII, n. 3, 1994
Amodio P. , Vincenzo Bellizia e la sua arpa, in: "Giornale Economico Letterario di Basilicata", Potenza, anno III, 1842-44.
Bracco G., Ricerche storiche intorno ad una tradizione meridionale, in: "CLIO", Roma, anno XV, n. 3, Luglio-Settembre 1979
Celeste G. R., L'Arpa popolare viggianese nelle fonti documentarie, Viggiano (PZ), Amministrazione Comunale di Viggiano, 1989
Corvino L., La tradizione dell'arpa a Viggiano, Roma, Romeo Porfidio ed., 1984
De Boucard F., Usi e costumi di Napoli e contorni, Napoli, 1853-'60
Malpica C., I Viggianesi, in: "Poliorama Pittoresco", Napoli, anno I, 1836-37
Mastrojanni O., Il Reale Istituto d'Incoraggiamento di Napoli, Napoli, L. Pierro, 1907
Monaco G. G., Fonti, Categorie e Modelli della Cultura in Basilicata, Fasano (BR), Schena ed., 1991
Pedio T., Saggio bibliografico sulla Basilicata, Arnaldo Forni, 1962
Pedio T., La Basilicata borbonica, Venosa (PZ/, ed. Osanna, 1986
Racioppi A., Vincenzo Bellizia, in: "II Lucifero", Napoli, anno Vili, n. 4, 1845
Regaldi G., I Viggianesi, in: "Poliorama Pittoresco", Napoli, anno XII, 1848
Testo di E. Vinicio Alliegro
tratto da "BASILICATA REGIONE Notizie, 1995