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I VIGGIANESI
Nell' amena riviera di S. Lucia spesso allegrano la solitudine della mia stanza i canti e i suoni del lieto popolo che sotto un cielo tutto luce ed armonia, su le rive all'azzurro Tirreno, in cospetto al fumante Vesevo, apre l'anima ai deliri d'una festa che non ha mai posa. Un mattino dal mio verone guardavo ai raggi solari che a poco a poco dissolvevano la vaporosa cortina entro cui nascondevansi monti ed acque; e quindi come dissonnate andavano scoperchiandosi Portici, Pompei e Castellammare, e la marina fatta lucente mostravasi festante di barche pescarecce e di vele. Della qual vista mentre io pigliava godimento, mi giunse caro suono di arpa; ed era una melodia conosciuta, una canora amica che recandomi dilette memorie mi conduceva all'isola d'Ischia, nella festa campestre di Lacco.
Guardai attorno, e vidi il buon vecchio sonante d'arpa, che in Ischia mi fe' ricordare il Re profeta arpeggiante intorno all'arca d'Israello. Lo chiamai perchè delle sue armonie fosse venuto a vivificare la mia dimora. Venne il buon vecchio con due giovanetti sonanti il violino, e poiché ebbe di cari suoni rallegrata la mia stanza, lo richiesi della patria.
- Sono di Viggiano - mi rispose.
- Voi siete dunque nato in quel paesello di Basilicata di cui gli abitatori a guisa degli usignoli vivono di armonie naturali!
Più volte avea desiderato conoscere da vicino i Viggianesi, questi figli della musica, che traendo una vita nomade vanno accattando un pane coll'arpa, chè nell'arpa hanno locate le speranze dell'avvenire, e coll'arpa portano per tutto il mondo il pensiero della loro patria e l'affetto delle italiche melodie - Oh! ditemi, soggiunsi al vecchio Viggianese, ditemi il vostro nome, e qualche cosa del vostro viaggio.
- Io mi chiamo Francesco Pennella: da 47 anni viaggio con quest'arpa su la quale il mio avo sonò i canti di Cimarosa e del Jomelli; e mio padre m'apprese quelli di Rossini e di Mercadante. Fanciullo io scossi queste corde, con cui viaggiando tentai procacciarmi un pane.
- Ma dopo lungo pellegrinare trovaste alfine buona fortuna?
- Oh fortuna! io già avea raccolto tanto danaro che mi avrebbe bastato a menar giorni beati nella quiete del mio paese: sennonché in patria fui invidiato, e la calunnia mi percosse di malvage accuse, dalle quali per uscir salvo mi fu mestieri spendere tutto l'aver mio. Ridotto all'estremo della povertà, vecchio di settantatre anni, per vivere sono costretto a nuovamente viaggiare coll'arpa.
Mi mosse a pietà il buon vecchio che raccontava le sue disavventure con ingenuità di parole e bagnando di qualche lagrima le rughe del magro volto in cui era significato il crucio dell'anima contristata. Da quanto poscia mi disse appresi non essere il Pennella di coloro che molto avessero pellegrinato in lontani paesi. Avea soltanto percorsa l'Italia e la Provenza, la patria delle romanze e de' trovadori; ma diceami, un suo nipote, il padre dei giovanotti che seco conduceva, assai più ch'egli non fece aver viaggiato in lontanissimi siti, e, visitato il Perù, stanziatosi in Lima, viver bene ammaestrando molti nella musica. Merita veramente il saluto della poesia nazionale il melodico Viggiano: imperocchè deggiono essere piene di armonia le sue acque, i suoi alberi e le sue pietre: una musica segreta deve accarezzare la culla di quel semplice popolo, e gemere nel santuario delle lor tombe.
Sorge Viggiano in cima ad un monte dell'antica Lucania, e conta circa settemila abitanti, i quali sono vantati non solo per la musica, ma eziandio per saper bene lavorare la terra. La vanga e l'arpa, ecco i due strumenti che la natura e l'arte congegnarono per quella svegliata ed operosa gente. Altri imprenda a celebrare i bravi vangatori di Viggiano, e chi ha dovizia di tenimenti se ne provveda. Io figlio errante della poesia cerco in Viggiano i miei fratelli, i figli dell'armonia. I quali sotto l'ombre de' faggi che inghirlandano il colle natale si ammaestrano alla musica, e danno i primi suoni al santuario volgarmente chiamato Santa Maria del Monte, donde traggono conforto alle pellegrinazioni, e reduci vanno a prostrarvisi, grati alla Madre di Dio che della sua benedizione ne tutelò il canoro pellegrinaggio. Alcuni suonano il violino, certi altri toccano con maestria la mandola, ve n'ha dei valenti nel clarino e nel flauto, ma la più parte di questi armoniosi pellegrini suonano l'arpa, strumento che meglio di ogni altro al popolo viggianese si addice. Conciossiachè la Basilicata ne' suoi interi costumi, nelle sue feste innocenti, e nella sua amicizia ospitaliera conservando una vita tutta patriarcale, dovea ben anco serbare in riverenza lo stromento degli antichi patriarchi. Epperò il vecchio Pennella ritoccando l'arpa mi parea un risorto padre degli antichissimi tempi, e mi toccava il cuore con parole di cristiana pietà ricordando Santa Maria del Monte e il fonte d'acque limpidissime che scorre presso al santuario. Deve pure essere una scena piena di cari affetti il trovarsi in Basilicata fra diversi Viggianesi che nel fior degli anni usando dell'arpa in terra straniera si procacciarono alla cadente età riposata esistenza in patria. Essi vi additeranno campi e case acquistate col danaro raggranellato in Europa, in Asia e nell'America. Vincenzo Miglionico, uscito di patria nell'anno 1806, tornò nel 1832. Sonando l'arpa nelle città d'Europa e d'America la musica gli fruttò molto danaro, il quale con propizie sorti converse poscia al commercio scambiando l'arpa con le cambiali, le note musicali con le cifre algebriche.
Antonio Varalla per trentacinque anni aiutato soltanto dalla musica corse Europa ed America, ed ora vive dovizioso in patria.
Mi si narra d'un porcaio che dal signor Poliodoro suo padrone costretto a partire perché da lui privato di ogni lavoro, né sapendo più a qual partito fidare, fuori d'ogni miglior speranza si appese al collo un'arpa ed errando di paese in paese giunse in America: dove coll'arpa fatta gran fortuna, prese moglie ed ebbe prole ridente. Tornato a Viggiano, Vincenzo Poliodoro, il figlio dell'antico padrone, fece liete accoglienze al povero guardiano di porci salito in prospero stato, e si acconciò di pigliare in isposa la figlia di lui ricca di cospicua dote.
Per simili modi Viggiano in ogni età ricorda diversi suoi tigli che, partiti poveri, tornarono ricchi per deporre le stanche ossa su l'ospitale benedetta balza dove sortirono la vita. A' dì nostri si contano trecento di tai viaggiatori lucani che ricchi di armonia vanno per il mondo; e per questi pellegrini sono inutili trovati e cocchi e strade di ferro: perchè viaggiano pedestri recando su le spalle l'eletto strumento, e ad ogni paese che incontrano danno il saluto della musica. Avverrà talvolta a chi navighi i nostri mari o quelli del Norte di udire un dolce suono di arpa che uscito dal fondo della nave vada a mescolarsi colla tempestosa armonia delle acque. Sarà qualche Viggianese accolto con amore dal capitano della nave per addormentare nella sua musica il pensiero de' pericoli e le traversie della navigazione. Non vi ha persona gentile che non accolga benignamente il Viggianese, questo trovadore della nostra età, che fra gl'interessi materiali del secolo decimonono viene a provarci che ferve ancora un pò di poesia entro il cuore de' popoli. Tornato esso in patria, nelle lunghe sere d'inverno aduna la famiglia e gli amici attorno al gran focolare domestico, e loro narra le città visitate, le meraviglie vedute, e le accoglienze trovate in ogni parte. Nè pensate che solo parlino del minuto popolo accolto su le piazze, e delle porte de' santuari presso cui andavano a sonare. Narrano puranco liete accoglienze in sale di ornate dame e di splendidi signori; il che prova eziandio come lo spirito cavalleresco, di che animavansi i castelli dell'età mediana, non sia interamente estinto. Nelle lontane regioni come figlio della musica nostra ammirasi l'armonico pellegrino di Viggiano, il quale non che soltanto ripetere i canti del teatro italiano, reca pure altre armonie, che gli stranieri non potrebbero avere dalle opere de' grandi nostri musicisti: reca le armonie de' nostri pastori, de' nostri devoti. Il Viggianese va informato dello spirito della sua patria, e passando per mezzo alle più cospicue città italiane, lo ingagliardisce; nè avviene che lo deponga per cantilene straniere: nel qual caso perderebbe il marchio della musica nazionale.
Perfino l'arpa è strumento congegnato cogli abeti delle selve lucane: e Vincenzo Bellizia in Viggiano e fuori vien reputato ai dì nostri valentissimo costruttore d'arpe. La sua fama, varcate le falde del paterno colle, si estese maggiormente nell'anno 1845 quando nella pubblica esposizione di belle arti in Napoli si ammirò un'arpa del Bellizia splendente di dorature e di grazioso lavorio, bella a vedere, dolce ad udire; tantochè il lucano artista dall'Instituto d'Incoraggiamento venne decorato d'una medaglia d'argento, e la Società economica di Basilicata lo regalò di cento ducati. Ora più che mai i pellegrini di Viggiano vogliono l'arpe del Bellizía, ed egli nel corso di pochi anni ne ha per loro lavorate centoquarantacinque: le quali erranti su la terra dispensano i tesori dell'armonia per tutta Italia, sulle piazze e nei caffè di Parigi e di Londra, fra i castelli della Germania, fra le moschee orientali, e presso la pagoda del Cinese: per ogni dove ammirate e desiderate.
L'arpa del Pennella non era opera del Bellizia, ma forse una di quelle antiche nelle quali studiò l'artista viggianese. Il Pennella mi vantava il suo strumento, e dalle sue trentasette corde traeva accordi di soave beatitudine: e poichè ebbi da lui ascoltate diverse melodie de' più celebrati nostri maestri, lo invitai a sonarmi melodie popolari. Il cortese Pennella fece la mia voglia, ritoccando con altri tuoni l'arpa, e facendo un cenno ai vispi giovanotti, i quali con voce melliflua cantarono amorosamente canzoni napolitane. La mia stanza divenne un teatro della musica popolare. Mi segnai una delle diverse canzoni che ascoltai piena di pastorale soavità.
Sto crescenno no bello cardillo,
Quanta cose che l'aggio a mparà;
Ha da ire da chisto e da chillo,
Le rresposte po m'ave apportà.Sto crescendo un vezzoso cardillo:
Quante cose lo deggio imparar!
Dovrà gire da questo e da quello
Poi dovrà le risposte recar.Nel teatro della mia dimora erano tre gli attori, un solo spettatore. Ma fu aperta la porta della stanza, ed ecco allo spettacolo aggiunto un nuovo spettatore. Era il paesista Mattei che veniva a visitarmi recando le armi dell'arte sua, la tavolozza e la cartella ricca di bei disegni - Oh, mi sclamò il Mattei, sarà vero ch'io deggio spesso vederti fra scene artistiche! - Meco, o caro amico, vieni a godere della musica popolare che mi recano questi buoni Viggianesi. Mescoliamoci col popolo, beviamo alla tazza delle loro armonie fragranti di amore e di fede!
Sorrise il Mattei e riprese a dire: Cantino, suonino i Viggìanesi, ed io frattanto ritrarrò l'immagine loro, perchè sono una cara pagina ne' costumi napolitani: sono essi che nelle feste del S. Natale vengono per le nostre vie a rinnovare quei canti e que' suoni che innanzi al divo Presepe di Betlemme celebrarono il gran riscatto: sono dessi che nel finire e nell'albeggiare dell'anno recano armoniosi auguri di prosperevole avvenire.
Così dicendo si assise il Mattei e ritrasse il Pennella, calvo, sdentato e dolorante. Frattanto i nipoti dell'armonioso vecchio mi rallegrarono con tal varietà di canzoni, che entrai in desiderio di sapere il come facessero ad averne in tanta copia - Colla massima facilità, mi rispose il Pennella, comperandole al prezzo di un grano per ciascuna dai venditori elle con un fascio di tali canzoni schiamazzando fanno il giro di tutta Napoli.
Addio, o canuto Viggianese: il Mattei mi fece dono del tuo ritratto, il mio cuore è colmo delle tue melodie. Addio. Prosegui nell'armonico pellegrinaggio, e quindi torna felice al tuo monte, alle tue acque, alle tue selve; ed all'ombra del tuo santuario la pace de' patriarchi ti accolga santamente.
Lascio i miei pochi lettori: andrò qualche giorno errando nelle vie di Napoli, per far conoscenza co' poeti del popolo, cogli stampatori e venditori di tali canzoni, e quindi tornerò fra loro per narrare qualche istoria delle canzoni in dialetto napolitano.
Testo di Giuseppe Regaldi
tratto da "Usi e costumi di Napoli e Contorni" - F. De Boucard, Napoli, 1857