|
Senza guerra e senza pace
Da ECO MAGAZINE, 2006.
SENZA GUERRA E SENZA PACE
Intervista al primo socialista di Castelsaraceno, Generoso Viola, classe 1913.
Sig. Viola è lei il fondatore del Partito Socialista, qui a Castelsaraceno?
Certamente! Io ho fondato la prima sezione del P.S.I. a Castelsaraceno negli anni ’60. la sezione si trovava allora in Piazza La Marmora. Di professione sarto. Facevo il collocatore due giorni a settimana a Castelsaraceno e due a Carbone.
Ha conosciuto Pietro Nenni?
Certo! Andai a sentire un suo discorso a Napoli. Esordì così: “Dopo il mio lungo viaggio attraverso l’Italia, son venuto in mezzo a voi, amici napoletani, per portarvi il saluto del Partito Socialista, che ho l’onore di rappresentare…”. Mi ricordo di Togliatti, di Mussolini…
Veramente? Eh sentiamo! Molto interessante questa testimonianza storica, riportata da un uomo, di cui conosciamo nondimeno l’integerrima moralità e dirittura.
A Como Palmiro Togliatti, prima di fare il suo discorso, informato che c’era una platea liberale, si rivolse al monumento di Alighieri e disse: “Malgrado i clericali pensino il contrario, io non sono affatto imbarazzato di parlare di fronte a questo monumento, perchè Dante fu il primo anticlericale. Arrivò al punto di condannare il clero all’inferno, con la testa all’ingiù!” .
E Mussolini? Non proviene anche lui dalle file del Partito Socialista! No!
Beh! Mussolini non l’ho mai conosciuto di persona, ma durante la guerra sentivamo dai comunicati radio molti discorsi. Una volta Churchill lo sfotté dicendogli che era di sangue blu, discendente di famiglia ducale, al che il duce rispose: “Nelle mie vene scorre, invece, il sangue rosso e puro d’un fabbro! Ma in questo momento mi sento infinitamente più signore di quest’uomo, dalla cui bocca fetida di tabacco e di alcool escono così miserabili bassezze!”.
Bello! Durante la guerra come ve la passavate qua a Castelsaraceno?
Male! Male! Si temeva che gli americani potessero venire qui a Castello e fecero buttare tre ponti per non farli passare.
Ma non era il contrario? Donna Pia Calcagno, mi riferì, invece, che fecero saltare i ponti per non far passare i tedeschi.
No! No! Nel 1943 sopra il Monte Raparo, nei pressi del Piano dei Campi cadde un aereo tedesco…
Ma non era americano?
No! Un altro aereo, americano, cadde in territorio di Carbone. I pastori, che erano vicini al monte Raparo se ne accorsero e cominciarono ad abbrancarsi tutto. Si presero anelli, preziosi. Poi con un bastone frugavano il terreno per vedere se trovassero oro. Erano tempi duri! Dieci passeggeri. Tutti morti! Uno fu trovato con la testa all’ingiù! Il sindaco, a quel tempo, mi pare che fosse Rocco Terzo. Io ricordo che portarono le salme con i muli in piazza. C’era pure un confinato che disse:”passano come letame!” rivolgendosi ad un prete, che era venuto da un altro paese a curiosare per l’accaduto, ma non si era degnato neppure di dare una benedizione. Noi eravamo ragazzi, andavamo sul monte ad esplorare e portammo dei bossoli di mitraglia. Poi sparavamo le botte con un punteruolo di ferro per giocare. Un appuntato, Romero, ci vide e ci portò dal maresciallo. La caserma allora si trovava al convento.
Si ricorda dei confinati?
Come no! Don Guido aveva scoperto il catrame all’Armizzone. C’erano pure quattro ebrei che furono mandati qua. Altri due erano della provincia di Bari ed aiutavano a mietere a Giacomo di Roccantonio. Un confinato si impiccò per la disperazione in contrada Laccata. Un altro era dottore e si andava a fare il bagno allo Strettolo, nelle acque fredde della Capolevata. Poi saliva e scendeva dalla grotta Scasciata, su Raparo, con uno zaino pieno di pietre. Un altro fu mandato qua perché aveva detto:
“Qui lo dico e qui lo faccio,
qui lo dico in mezzo al Fascio.
Se le tasse non riduce,
resteranno sempre al Duce!”.
Che storie drammatiche ha visto Castelsaraceno! Prima il brigantaggio, poi i confinati… poi la guerra!
E che ne sai tu? Tu sei giovane. Non hai visto niente! A San Chirico Raparo dopo la guerra del 1915-18 c’era Groppa, era calabrese. Si presentarono a lui due fratelli di S. Chirico, volevano far parte della sua comitiva. Il brigante chiese loro come prova di portare 1000 lire o la testa di una persona, in cambio avrebbero avuto un tesoro, che solo lui sapeva dove era nascosto. I due giovani, non potendo procurare i soldi, tagliarono la testa al genitore e gliela portarono. La sorella, accortasi del fatto fu colpita con una scure per paura che avesse parlato. Solo dopo venti giorni, creduta morta e ricoverata in ospedale, riprese conoscenza e rivelò tutto, mentre i due fratelli avevano seguito, come se niente fosse accaduto, il feretro del padre e pianto amaramente. Groppa, quando seppe il fatto, scappò, dicendo: “Non avrei immaginato di poter incontrare briganti più feroci di me!”.
Questa sarebbe una trama ideale per una tragedia o un archetipo junghiano? Resto inorridito di fronte a tale cruento parricidio. (…) (Il resto della storia è riportato alla sezione poesie, Vita di Domenico Groppa).
Lei ha una memoria mirandolesca! Grazie per questa lezione di vita e di storia! Saluti dall’Eco di Basilicata.
Vincenzo Capodiferro
|
|