Artisti in Lucania

Castelsaraceno

 

Vincenzo Capodiferro

 

Delle origini castellane di San Severino Lucano

DELLE ORIGINI CASTELLANE DI SAN SEVERINO LUCANO

San Severino Lucano, Comune della Provincia di Potenza, posto a 877 slm, può vantare certamente tra le sue origini storiche la colonizzazione da parte di oriundi di Castelsaraceno, come pure Viggianello, dove i nostri contribuirono, seppure in minor parte. Ad avvalorare questa tesi non è solo la somiglianza dei costumi o di alcuni cognomi, come Ciancio, Fittipaldi, Cirigliano, o la comune altitudine dei siti, scelta sicuramente di proposito dai nuovi arrivati, ma la testimonianza degli storici, che pongono la fondazione di San Severino Lucano nella prima metà del sec. XVI da parte di castellani. Che S. Severino sia un sito di origine relativamente breve, lo asserisce lo storico locale del paese, il sac. Don Camillo Perrone, in un suo libro dal titolo S. Severino Lucano. Notizie storiche, geografiche, religiose, folkloristiche e varie, Reggiani, Salerno 1966, pp. 21 ss.. Lo storico fa risalire il primo nucleo di abitazioni del comune tra la fine del 1400 e gli inizi del 1500, ad opera di coloni dell’Abbazia del Sagittario. Nel 1526 è già testimoniata la presenza di un Curato. Ma questo piccolo nucleo abitativo divenne un vero e proprio paese, degno di questo nome, solo più tardi, verso la metà del ‘500, quando sotto il dominio spagnolo di Filippo II, il Regno di Napoli raggiunse l’apice dei soprusi e degli aggravi del prepotere baronale, che fu la causa maggiore di questi spostamenti di popolazione di cui appresso si descrive.
In questo periodo Castelsaraceno visse un difficilissimo momento storico, passando il suo dominio da un signore all’altro, od a più notabili contemporaneamente, come avvenne di fatto dopo la reggenza degli abati di sant’Angelo al monte Raparo. Il fatto è menzionato da A. PERRELLA, L’eversione della feudalità nel Napoletano, Campobasso 1909, pp. 520-521, ove al Cap. VIII, si parla «Delle tirannie, prepotenze ed oppressioni commesse dai feudatari contro i propri vassalli e delle ribellioni e vendette di costoro.» Il Perrella affronta queste tematiche, come asserisce di nuovo il Perrone a p. 27, op. cit., cioè 1) delle soverchierie baronali in Castelsaraceno; 2) dei suoi tre padroni di un tempo, il Duca Ugone Sanseverino, il Principe di Stigliano e l’abate Antonio Sanseverino; 3) dei diritti e soprusi baronali e 4) dell’origine di San Severino Lucano; ma riprende sicuramente questa tesi da F.M.CIRELLI, Il Regno di Napoli descritto e illustrato, Napoli 1853, alla voce CASTELSARACENO, di cui riporto il passo a pag. 41: «Castelsaraceno fu per qualche tempo sotto la feudale giurisdizione degli Abati di sant’Angelo, da essi umanamente governata, e crebbe e prosperò. Ma col volgere degli anni , menomata la giurisdizione di essi, e questa da uno in altro Principe trapassando, mutava spesso padroni, e spesso peggioravano le sorti sue. I suoi mali più gravi cominciarono col secolo XV, quando i monaci di S. Angelo, s’ignora il perché, abbandonarono e cenobio e vassalli: allora costoro rimasero soggetti, non che ad abati commendatari, ma all’arbitrio or di questo or di quel barone, o duca, che per mezzo dei suoi ministri barbaramente governavano. Molte soverchianze patì Castelsaraceno, e molte inusitate gravezze nella prima metà del sestodecimo secolo, quando il principe di Stigliano, della famiglia Carafa, affacciò moltissime pretensioni contro l’Università e Duca di esso, e contro ancora l’Abate di Sant’Angelo. La lite fu strepitosa, e varie volte definita dal S. R. Consiglio. Fu allora che dovendo a tre padroni ubbidire, al Duca Ugone, cioè, al principe di Stigliano, ed all’Abate Antonio Sanseverino, soffrì giogo intollerabile. Il duca e l’abate d’accordo, perché della stessa famiglia, esigean la Piazza, la giurisdizione dei pesi e misure esercitavano, mantenevano i baiuli e pretendevano tutto ciò che a Feudo si appartenesse. Il Principe di Stigliano assumeva a sé tutti cotesti dritti, come dipendenti dalla baronia di San Chirico Raparo, di cui era signore, e facendo valere la forza, quell’arbitra suprema che padrone non ascolta, esigeva anch’egli; onde i vassalli pagavano doppia volta il tributo medesimo. Oltre a ciò i dritti feudali si estendessero a cose da ragion civile tutelate sempre e difese, e nefandità avean luogo che ogni animo rifugge a rammemorare, e la storia pudibonda d’impenetrabil velo ricopre. Fu da ciò che alcuni generosi, comechè nati di plebe, non si sa se messi a vendetta, od a prevenzione di maggior danno, obiettarono armati in aperta campagna, e diedero origine ad un altro paesetto nominato Sanseverino.» Se, come si presume, nella relazione Cirelli, ora menzionata, sono confluite le disperse monografie di G. A. Candia, Memorie storiche sopra Castelsaraceno e di G. Bentivenga, Memoria a pro del Regio Fisco contro il Principe di Moliterno, che trattava proprio di questa lite ed è citata dal Cirelli stesso, allora è possibile risalire alla prima fonte di questa suppositio storica. Esiste pure un tetrastico latino, ivi citato, che lamentava il fatto dell’abbandono della dominazione da parte dei monaci basiliani, tradotto da P. Canfora

Quanti padron mi diè barbara sorte
Tutti mi diede a oltraggi, a infamia, a morte;
Addio prisca moral, bei giorni aviti,
Quando m’ebbi a signori i Cenobiti.

Di cotale abbandono s’ignorano le ragioni, che però si possono ricollegare a quella politica di sfruttamento dei detentori spagnoli, tesa al recupero dei beni ecclesiastisi, ed al risveglio delle contese familiari feudali che posero le basi a quel declino dei Sanseverino. Altre documentazioni che avvalorino senz’altro questa tesi si potrebbero rinvenire, previa ricerca, all’ Archivio Storico dei Principi Sanseverino-Bisignano, ma al momento attuale non possediamo altre notizie certe su tal fatto. Esiste tuttavia una tradizione orale, parimenti degna di nota, perché la corretta interpretazione delle leggende rende merito dei fatti, la quale allude a quelle nefandezze, che la storia pudibonda d’impenetrabil velo ricopre, di cui il Cirelli. La tradizione popolare, fa ritenere appunto che S. Severino è stata fondata da fuggiaschi oriundi di Castelsaraceno, che vollero sottrarsi a gravi soprusi baronali tra cui il nefando e vergognoso ius primae noctis. A Castelsaraceno, anzi sussiste la saga che alcuni per sottrarsi a tale sopruso, si travestirono da donne e malmenarono il malcapitato barone. Queste naturalmente sono congetture conservate dalla memoria di un popolo, di cui forse non si troverà mai atto in alcun documento scritto. Le motivazioni sicuramente sono connettibili alle vessazioni economiche dei nobili verso la plebe, od a torti subiti, o ribellioni o quant’altro. Lo ius primae noctis fu introdotto sicuramente dal Principe di Stigliano, perché come giustamente riconosce il Perrone, p. 28, questi esuli erano indirizzati dalla potentissima famiglia dell’Abate Antonio Sanseverino a colonizzare terre che gravitavano sotto la loro influenza, altrimenti non avrebbero certo nominato il nuovo sito San Severino, ma lo fecero proprio in riconoscimento dei donatori. Si aspira in un futuro ad approfondire questo argomento perché veramente interessante per le sue complicanze storico-sociali.


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